domenica 27 gennaio 2013

OLOCAUSTO

Quello che gli storici non dicono

La collaborazione tra nazisti ed organizzazioni ebraiche sioniste
e l'ipocrisia dell'occidente democratico


di Gianfredo Ruggiero 

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Nel sito di Excalibur è visionabile l'articolo completo con le note di approfondimento.

Nella drammatica vicenda della persecuzione hitleriana vi sono due aspetti poco noti e per nulla dibatuti, mi riferisco all’attiva collaborazione tra regime nazista e organizzazione sioniste per agevolare il trasferimento degli ebrei tedeschi in Palestina e l’atteggiamento ipocrita dell’Occidente che se da un lato esprimeva solidarietà agli ebrei vessati dai nazisti dall’altro si rifiutava di ospitarli.

Adolf Hitler fin da subito adottò nei confronti degli ebrei una politica di restrizione dei diritti civili per indurli a lasciare la Germania (judenfrei), anche attraverso il sostegno all’emigrazione. Quest’ultimo aspetto rispecchiava l’ideale della patria ebraica preconizzata da Theodor Herzl, fondatore del movimento sionista il quale, per quanto possa sembrare paradossale, concordava con i nazisti sul fatto che ebrei e tedeschi erano nazionalità distinte e tali dovevano restare. 

Come risultato il Governo di Hitler sostenne con vigore il Sionismo e l’emigrazione ebraica in Palestina dal 1933 fino al 1940-41. Questa politica portò al cosiddetto “Accordo di Trasferimento” noto anche come Haavara, in virtù del quale gli ebrei emigranti depositavano il denaro ricavato dalla vendita dei loro beni in un conto speciale destinato all’acquisto di attrezzi per l’agricoltura prodotti in Germania ed esportati in Palestina dalla compagnia ebraica Haavara di Tel Aviv.

A questo accordo tra governo tedesco e Mapaï, l’antenato del partito Laburista israeliano, contribuirono personaggi divenuti in seguito molto noti come i futuri Primi Ministri israeliani David Ben-Gurion e Golda Meir.

Una immagine singolare che sintetizza meglio di altre questa collaborazione è la medaglia commemorativa coniata allo scopo dal Governo tedesco che reca su una faccia la svastica e sull’altra la stella di David.

L’altro aspetto poco approfondito riguarda il sostanziale rifiuto delle nazioni democratiche di accogliere nei loro confini i profughi ebrei. Atteggiamento confermato dal fallimento della conferenza di Evian del 1938 dove i trentadue due stati partecipanti avrebbero dovuto ognuno farsi carico di un numero di ebrei provenienti da Germania e Austria proporzionale alle loro dimensioni. L'unica nazione che si propose di accogliere rifugiati fu la Repubblica Dominicana che ne accettò circa 700, tutte le altre, con motivazioni più o meno plausibili, rifiutarono ogni forma di accoglienza abbandonandoli, di fatto, al loro destino.

Altra questione poco dibattuta riguarda le linee ferroviarie da cui transitavano i convogli carichi di ebrei. Gli alleati sapevano fin dagli inizi del 1942 dell’esistenza dei campi di concentramento eppure, nonostante i massicci bombardamenti alleati che ridussero in macerie la Germania, le linee ferroviarie utilizzate dai tedeschi per trasferire gli ebrei nei campi di lavoro non furono mai attaccate, se non come effetto collaterale come avvenne il 24 agosto del 1944 con il bombardamento della fabbrica di armamenti di Mittelbau-Dora che coinvolse il vicino campo di Buchenwald dove morì, per effetto delle bombe alleate, Mafalda di Savoia.

Come mai, mi domando, questi fatti sono sottaciuti se non del tutto ignorati anche dagli storici più autorevoli? Forse per non mettere in imbarazzo i cosiddetti “paladini della libertà”?

Nel “Giorno della Memoria” esprimiamo la nostra piena solidarietà al popolo ebraico per la persecuzione subita e la ferma condanna ad ogni forma di discriminazione razziale. Questo però non deve indurci a sorvolare sulle pesanti responsabilità, condite di cinismo e ipocrisia, delle democrazie occidentali che vedevano, sapevano e volgevano lo sguardo altrove rendendosi, perlomeno sotto il profilo politico e morale, complici dei carnefici.

Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur-Varese

medaglia commemorativa della collaborazione tra nazisti e organizzazioni ebraiche sioniste

L’articolo completo con gli approfondimenti e i relativi riferimenti storici è visionabile nel sito: excaliburitalia.wordpress.com

La riproduzione è autorizzata se citato l'autore e la fonte.

sabato 26 gennaio 2013

Discorso pronunciato a Friburgo nel corso di "Palestina, Israele, Germania


I confini di una conferenza aperta" l'11 settembre 2011
Gentili signori e signore.
Inizierò il mio discorso con una confessione inconsueta. Sebbene sia nato in Israele, nei primi trent'anni della mia vita non ne sapevo molto del Nakba, la brutale pulizia etnica della popolazione palestinese avvenuta nel 1948 da parte del neonato stato di Israele. I miei compagni e io sapevamo di un unico massacro, precisamente quello di Deir Yassin, ma non eravamo per niente familiari con la dimensione delle atrocità commesse dai nostri nonni. Credevamo che i palestinesi fossero fuggiti volontariamente. Ci era stato detto che erano scappati e non trovavamo alcuna ragione per dubitare che questa fosse davvero la realtà delle cose.

Lasciatemi dire che, in tutti gli anni trascorsi in Israele, non ho mai sentito pronunciare la parola Nakba. Questo vi sembrerà patetico, o persino assurdo, ma non dovreste anche voi chiedervi quando è stata la prima volta che avete sentito la parola Nakba? Forse potete provare anche voi a ricordare quando questo termine è entrato a far parte del vostro lessico. Lasciate che vi aiuti: ho fatto una piccola ricerca tra i miei amici europei e americani della solidarietà palestinese, e molti di loro avevano sentito la parola Nakba solo pochi anni fa, mentre altri hanno ammesso di avere iniziato ad usare loro stessi la parola tre o quattro anni fa.

Ma non è questa una situazione leggermente strana? Dopotutto, il Nakba è avvenuto più di sei decenni fa. Come è possibile che solo di recente sia entrato nel nostro ordine simbolico?

La risposta è, sotto certi aspetti, piuttosto semplice: essere nel mondo significa essere assoggettato a cambiamenti e trasformazioni. Implica una comprensione e una rivalutazione del passato attraverso diverse consapevolezze presenti. La storia è plasmata e riplasmata nel corso del tempo.

Di conseguenza, sembriamo comprendere l'espulsione e la difficile situazione dei palestinesi con la nostra attuale comprensione della brutalità di Israele: alla luce della distruzione che Israele ha lasciato dietro di sé in Libano nel 2006, seguita dalla nostra testimonianza dei crimini di genocidio commessi a Gaza nell'"operazione Piombo Fuso" e dall'osservazione delle riprese dell'uccisione da parte dell'IDF degli attivisti pacifisti sulla Mavi Marmara, conseguentemente siamo riusciti a correggere la nostra idea della grandezza della tragedia palestinese del 1948. Comprendendo più pienamente quello di cui sono capaci gli israeliani, siamo anche capaci di ricostruire la nostra visione del "peccato originale" di Israele, ossia il Nakba. Siamo capaci di provare un'empatia più profonda con i palestinesi espulsi nel 1948 grazie alla nostra comprensione attuale e in evoluzione di Israele, degli israeliani, dell'"israelianità", del nazionalismo ebraico, del sionismo globale e della persistente lobby israeliana.

Il significato e il valore di tutto ciò diventano più chiari, il passato è lungi dall'essere un insieme ben sigillato di eventi con un preciso significato, predeterminato in modo statico e poi escluso dalla possibilità di dibattito. Al contrario, la nostra interpretazione del passato viene plasmata e trasformata, costantemente, mentre procediamo e aumentano la nostra conoscenza e la nostra esperienza. E, dato che molta della realtà attuale è plasmata dalla nostra visione del mondo, anche il passato viene plasmato e riplasmato, visto e rivisitato dalle narrazioni che ci capita di seguire in un dato momento temporale.

Questo è il vero significato dell'"essere nel tempo"; è questa l'essenza della temporalità e questo è tutto il senso del pensiero storico. Le persone possiedono la capacità di "pensare storicamente" e di essere trasformate dal passato, ma anche di permettere al passato di essere costantemente plasmato, e riplasmato, mentre procedono verso l'ignoto.
Il ricordo di Deir Yassin

Ma qui c'è un insieme interessante di aneddoti storici che meritano la nostra attenzione: certamente, si potrebbe rimanere perplessi nell'apprendere che, appena tre anni dopo la liberazione di Auschwitz nel 1945, l’appena fondato stato di Israele abbia effettuato una pulizia etnica di gran parte della popolazione indigena della Palestina (1948). Solo cinque anni dopo la sconfitta del Nazismo, lo stato israeliano ha emanato leggi del ritorno discriminatorie dal punto di vista razziale per impedire che i rifugiati palestinesi del 1948 ritornassero nelle loro città, nei loro villaggi, campi e frutteti. Queste leggi, tuttora in vigore, non erano categoricamente differenti dalle note leggi razziali di Norimberga. Ci si potrebbe anche stupire nello scoprire che Yad Vashem, il museo dell'Olocausto israeliano, sia situato sul territorio confiscato del villaggio palestinese di Ein Karem, accanto a Deir Yassin, che è probabilmente il simbolo definitivo della Shoah palestinese.

Ci si potrebbe chiedere quale sia la causa fondamentale di questa assenza di compassione istituzionale, che è stata esibita e mantenuta da Israele e dagli israeliani per decenni. Ci si potrebbe aspettare che gli ebrei, essendo stati essi stessi vittime dell'oppressione e della discriminazione, sarebbero stati i primi a combattere contro il male e il razzismo. Ci si potrebbe aspettare che le vittime della discriminazione si astenessero dall'infliggere dolore sugli altri.

Tuttavia, vengono in mente alcune domande ben più generali e profonde: come è possibile che il discorso politico e ideologico israeliano non sia riuscito evidentemente a trarre le ovvie e necessarie lezioni morali dalla storia e dalla storia ebraica in particolare? Come è possibile che, nonostante la "storia ebraica" sembri essere una storia infinita di sofferenza per gli Ebrei, lo stato ebraico sia così cieco nei confronti del dolore che infligge agli altri?

Alla luce dei fatti, ciò che vediamo è una forma di alienazione dal pensiero storico. Lo storico israeliano Shlomo Sand ha notato che il giudaismo rabbinico potrebbe essere realizzato come un tentativo di sostituire il pensiero storico: al posto della storia la torah ha fornito al giudaismo rabbinico un trama spiritualmente guidato. Ha creato un'immagine di scopo e di destino. Tuttavia le cose sono cambiate nel XIX secolo. A causa della rapida emancipazione del popolo ebraico europeo insieme all'ascesa del nazionalismo e allo spirito dell'Illuminismo, gli ebrei europei assimilati si sono sentiti costretti a ridefinire le loro origini in termini secolari, nazionali e razionali. È così che gli ebrei si sono "inventati" come "popolo" e come "classe": in modo analogo ad altre nazioni europee, gli ebrei hanno sentito la necessità di avere una narrazione coerente di loro stessi e della loro storia.

Inventare la storia non è un crimine, i popoli e le nazioni lo fanno spesso. Eppure, nonostante il rapido processo di assimilazione, l'ideologia e la politica secolare ebraica non sono riuscite a racchiudere il reale significato del pensiero storico e della comprensione storica. Certo, l'ebreo secolare assimilato è riuscito facilmente a lasciar cadere Dio e gli altri simboli religiosi. E tuttavia, almeno politicamente, l'ebreo assimilato non è riuscito a sostituire la divinità con una comprensione alternativa ebraica antropocentrica, secolare, etica e metafisica.
Temporalità e alienazione

Ho capito solo recentemente che "il discorso politico dell'identità ebraica" non solo è alieno dalla storia, non è solo effettivamente antagonista al pensiero storico, ma è anche distaccato dalla nozione di temporalità.

La temporalità è inerente alla condizione umana: "essere" significa "essere nel tempo". Che ci piaccia o meno, siamo destinati a oscillare tra un passato che sta svanendo nel nulla e l'ignoto che procede dal futuro verso di noi.

Attraverso il presente, il cosiddetto "qui e ora", meditiamo su ciò che è passato. Occasionalmente, speriamo nel perdono; e a volte siamo rallegrati da un ricordo piacevole. Altre volte siamo in conflitto con noi stessi per non aver reagito in modo appropriato in qualche momento del nostro passato. E di tanto in tanto potremo ricordare la sensazione dell'amore.

Nel presente possiamo anche intravedere il futuro e nella consapevolezza di tale presenza potremo provare il senso di timore per l'ignoto. Ma possiamo anche provare impeti di felicità e ottimismo quando il futuro sembra sorriderci.

Più spesso che non, impariamo lezioni dal passato. Ma ben più cruciale e interessante è forse l'idea che un futuro immaginario possa facilmente riscrivere o persino riplasmare il passato.

Cercherò di illustrare questa sottile idea attraverso un semplice ed ipotetico, eppure terrificante, scenario di guerra. Ad esempio, possiamo facilmente immaginare una situazione terrificante in cui un attacco cosiddetto "preventivo" israeliano contro l'Iran potrebbe trasformarsi in un disastroso conflitto nucleare, in cui morirebbero decine di milioni di persone in Medio Oriente e in Europa.

Immagino che, tra i pochi sopravvissuti a un tale ipotetico scenario da incubo, alcuni potrebbero essere abbastanza coraggiosi da dire che "cosa pensano realmente" dello stato ebraico e delle sue intrinseche tendenze omicide.

Quanto detto è ovviamente un’eventualità terrificante e in nessuna maniera auspicabile, tuttavia una tale visione di un "possibile" sviluppo dovrebbe impedire l'idea di un'aggressione israeliana o sionista nei confronti dell'Iran.

Ma come sappiamo, questo capita raramente: gli ufficiali israeliani minacciano di radere al suolo e bombardare l'Iran fin troppo spesso.

Apparentemente gli israeliani e i sionisti in tutto il mondo non riescono a vedere le proprie azioni all'interno di una prospettiva o di un contesto storico. Non riescono a valutare le proprie azioni in base alle conseguenze. Da una prospettiva etica, lo scenario "immaginario" sopradescritto potrebbe o dovrebbe impedire a Israele persino di contemplare qualsiasi attacco contro l'Iran. Ciononostante, quello che vediamo in pratica è il perfetto opposto: Israele non perde un'opportunità di minacciare l'Iran.

La mia spiegazione è semplice. Il discorso politico e ideologico ebraico è alieno alla nozione di temporalità. Israele è cieco alle conseguenze delle proprie azioni; pensa solo alle sue azioni in termini di pragmatismo a breve termine. All'interno del discorso politico ebraico la freccia del tempo è una strada a senso unico. Va avanti, ma non torna mai indietro. Non c' è mai un tentativo di rivedere il passato alla luce di un possibile futuro. Invece della temporalità, Israele pensa in termini di un presente esteso.

Ma Israele è solo una parte del problema. La lobby israeliana è anche cieca nei confronti del disastro immanente che porta agli ebrei della Diaspora. Come Israele, la lobby pensa solo in termini di guadagno a breve termine. Cerca sempre più potere. Non si guarda mai indietro, e mai si pente.

In breve, la nozione di temporalità è la capacità di accettare che il passato è "elastico". La nozione di temporalità permette alla freccia del tempo di muoversi in entrambe le direzioni. Dal passato in avanti, come pure dal futuro (immaginario) all'indietro. La temporalità permette al passato di essere plasmato e rivisto alla luce di una ricerca di significato. La storia e il pensiero storico sono la possibilità di ripensare il passato. L'etica è legata alla temporalità, poiché l'etica è l'abilità di giudicare e riflettere su questioni che trascendono oltre il "qui ed ora". Pensare eticamente significa produrre un giudizio di principio che regge la prova del tempo.
Guardare al passato

In misura significativa, quindi, l'abilità di rivedere la propria prospettiva e la comprensione del passato è la vera essenza del pensiero storico, ci consente di riplasmare la nostra comprensione del passato attraverso la consapevolezza di una prospettiva futura immaginaria, e viceversa. Pensare storicamente diventa un evento significativo una volta che la nostra esperienza passata ci permette di intravedere un futuro migliore.

Dunque il revisionismo è impregnato della più profonda possibile comprensione della temporalità, e pertanto è inerente all'umanità e all'umanismo. Ed è ovvio che chi si oppone a un giusto ed aperto dibattito storico sta operando non solo contro le fondamenta dell'umanismo, ma anche contro l'etica.

Tuttavia in Israele alcuni legislatori insistono che la commemorazione e il dibattito storico del Nakba debbano diventare illegali. E, cosa interessante, gli ebrei e i sionisti si oppongono anche a qualsiasi tentativo di decostruzionismo e di revisione del passato ebraico. Io, ad esempio, sono stato etichettato di recente "antisemita" per aver suggerito che il sionismo non è colonialismo. Nel caso non ne foste a conoscenza, questa conferenza è stata soggetta a una forte pressione da parte alcuni prominenti antisionisti ebrei, che hanno insistito nell'impedire ogni discussione sulla storia della sofferenza degli ebrei.

Ma presumo che ora sia ben chiaro che la mia posizione filosofica non è molto lusinghiera nei confronti del discorso politico e ideologico ebraico. Eppure, va detta la verità: il discorso politico ebraico si oppone apertamente a qualsiasi forma di revisionismo. La politica ebraica è preposta a fissare e cementare una narrativa e una terminologia.

Sebbene l'ideologia sionista si presenti come un racconto storico, mi ci sono voluti molti anni per capire che il sionismo, la politica e l'ideologia dell'identità ebraica sono stati chiari assalti rivolta alla storia, alla nozione di storia e di temporalità. Il sionismo, in effetti, non fa altro che emulare un discorso storico. In pratica, il sionismo, come le altre forme del discorso politico ebraico, sfida ogni forma di discussione storica. Perciò, coloro che seguono le ideologie politiche ebraiche e sioniste sono destinati ad allontanarsi dall'umanismo, dall'umanità e dalla condotta etica. Una tale spiegazione potrà chiarire la condotta criminale israeliana e il sostegno istituzionale ebraico per Israele.
È ormai tempo di autoriflessione

Inventare un passato, come suggerisce Shlomo Sand, non è la questione più preoccupante quando si tratta di Israele e del sionismo. I popoli e le nazioni tendono infatti a inventare il loro passato.

Ma celebrare il proprio passato fantasma a spese di altri è ovviamente una questione etica preoccupante. Ma nel caso di Israele il problema è più profondo. È il tentativo di sigillare gli "ieri" che hanno portato al crollo etico collettivo di Israele e dei suoi sostenitori.

Tuttavia, per quanto ami criticare Israele e il sionismo, devo anche chiedervi di fare un'autoriflessione. Tristemente, Israele non è solo. Come è tragicamente evidente, anche l'America e la Gran Bretagna sono riuscite volontariamente a rinunciare alla temporalità. È la mancanza di un vero discorso storico che ha impedito alla Gran Bretagna e all'America di comprendere il loro futuro, il presente e il passato. Come nel caso della "storia" ebraica, i politici americani e britannici insistono su un racconto storico semplicistico e binario sulla Seconda Guerra Mondiale, sulla Guerra Fredda, sull'Islam e sugli eventi dell’11 settembre. Tragicamente, il genocidio criminale anglo-americano in Iraq e in Afghanistan, meglio conosciuto come "Guerra al Terrore", è la continuazione della cecità auto-inflitta. Dato che la Gran Bretagna e l'America non sono riuscite a comprendere il messaggio necessario dai massacri di Amburgo e Dresda, Nagasaki e Hiroshima, non c'è stato niente che potesse fermare l’imperialismo anglo-americano dal commettere crimini similari in Corea, in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq.

E voi, miei cari tedeschi? Che ne pensate del vostro passato? Siete liberi di guardare dentro il vostro passato e di riplasmarne la comprensione? Non lo credo. La vostra storia, o per lo meno alcuni suoi capitoli, sono stati sigillati da qualche legge rigida e per questo voi che fate parte delle generazioni più giovani non cercate di afferrare il vero significato etico dell'Olocausto. Chiaramente i tedeschi non capiscono che i palestinesi sono in realtà le ultime vittime di Hitler, perché senza Hitler non ci sarebbe uno stato ebraico. Le vostre giovani generazioni non riescono a vedere che i palestinesi sono certamente le vittime di un'ideologia come quella nazista, che è sia razzista che espansionista. Lasciate che vi dica, se qualcuno di voi si sente colpevole di qualunque cosa che abbia a che vedere con il vostro passato, che sono i palestinesi quelli di cui dovreste preoccuparvi. Il fatto che la Germania si sia distaccata dal suo passato spiega chiaramente la complicità politica tedesca con i crimini sionisti. Certamente spiega perché il vostro governo fornisce di tanto in tanto a Israele sottomarini nucleari. Ma spiega anche perché riusciate a rimanere in silenzio nel momento in cui venite a conoscenza del fatto che Yad Vashem è stato costruito su terra palestinese rubata nel 1948.

Ma non si tratta solo di Israele, sionismo, Gran Bretagna, America e Germania. Guardiamo a noi stessi, i sostenitori di Justice in Palestine. Persino all'interno del nostro movimento, abbiamo elementi distruttivi che insistono a dire che non dovremmo azzardarci a toccare il passato: il mese scorso, il Café Palestine Freiburg e l'organizzatore di questa conferenza sono stati oggetto di un costante attacco da parte di alcuni importanti personaggi del movimento ebraico "antisionista". Pretendevano una mia esclusione dalla conferenza perché sarei uno che "nega l'Olocausto". Non c'è bisogno di dire che non ho mai negato l'Olocausto, né altri capitoli storici. Trovo anche senza senso la nozione di "negazione dell'Olocausto", ad un passo dall'idiozia.

Insisto comunque, come ho fatto oggi, che la storia debba rimanere un discorso aperto, soggetto a cambiamenti e revisioni; mi oppongo a qualsivoglia tentativo di sigillare il passato, sia che si tratti del Nakba, dell'Olocausto, dell'Holodomor o del genocidio armeno. Sono convinto che una comprensione organica ed "elastica" del passato sia la vera essenza di un discorso umanista, dell'universalismo e dell'etica.

Chiaramente, non so come salvare Israele da sé stesso, non so come liberare gli ebrei antisionisti dalla loro ideologia giudeo-centrica; ma, per quanto riguarda l'America, la Gran Bretagna, la Germania, l'Occidente e noi oggi qui presenti, tutto quello che dobbiamo fare è ritornare ai nostri preziosi valori dell'apertura.

Dobbiamo allontanarci da una Gerusalemme restrittiva e monolitica e ripristinare lo spirito etico dell'Atene pluralista.

Fonte: GILAD ATZMON: BEING IN TIME

venerdì 18 gennaio 2013

Le DONNE di Gaza

Io sono una donna occidentale, nata e cresciuta in una cultura occidentale, per la precisione Italiana, anzi Siciliana . Perchè preciso la regione che ha visto i miei natali? Subito detto :
La Sicilia ha molte affinità con la cultura araba perchè gli arabi la occuparono nel 827 dopo essere sbarcati a Granitola, nei pressi di Mazara del Vallo. Io conosco molto bene questa città e vi posso assicurare che fino ad oggi ha conservato molti aspetti della cultura araba, come del resto tutta la Sicilia, sia sotto il profilo architettonico che su quello culturale , compresa l'arte culinaria, molto affine a quella araba.
Ma io sono qui oggi per parlare di donne siciliane e di donne arabe, delle similitudini e delle differenze fra di esse.
Nella Sicilia degli anni 50 -60 le donne , per lo più di cultura cristiana, avevano conservato molte delle caratteristiche , per usi e costumi, delle donne arabe , di cultura musulmana. Usavano  coprire il loro capo, estate ed inverno con delle sciarpe per lo più di colore oscuro ed erano sottomesse ai propri capi famiglia (dal marito , se sposate; da padre e fratelli se ancora nubili) non era in uso rivolgere la parola per strada ad uomini estranei alla propria famiglia e venivano maltrattate se venivano scoperte in compagnia di uomini estranei alla famiglia in  qualsiasi luogo, non rare erano le contese, spesso anche parecchio accese che sfociavano anche nella violenza per motivi a tal riguardo. In parole povere, agli uomini non veniva proibito nulla, alle donne tutto.
Oggi tutto questo fa parte di un antico passato e stiamo sempre più avvicinandoci ad un rapporto paritario basato sul rispetto reciproco, anche se in alcuni settori rimangono ancora residui di  uomini privilegiati......
Perchè dico questo?
Ebbene la realtà delle donne di Gaza è ancora oggi molto chiusa. Da quello che ho appreso, nella società di Gaza è tutto fermo e stagnante ad almeno 50 anni fa........alle donne , non è concesso salutare estranei per strada e gli uomini non devono osare rivolgere loro neanche sguardi se non appartenenti al nucleo familiare. Le donne sono ancora sottomesse ai mariti se sposate o ai  maschi della casa se ancora nubili. La vita delle donne di Gaza si svolge esclusivamente fra le mura domestiche dedite all'educazione dei figli e alle faccende domestiche. Difficilmente svolgono lavori al di fuori della propria casa . Questo si può, in buona parte,  attribuire a quei maledetti muri che non favoriscono una normale evoluzione sociale, economica e culturale. Le donne mettono al mondo in media da 8 a 12 figli perchè l'incremento della popolazione rappresenta la forma più alta ed efficace   di resistenza, poichè il  nemico Israele, impegnato nelle sue pratiche espansionistiche barbare e selvagge, impegnato a commettere massacri allo scopo di compiere una vera e propria pulizia etnica, mai potrà annientare un popolo come quello di Gaza , che, malgrado tutto è in crescita, che supera perfino la Cina per densità di popolazione. La religione musulmana poi  incide in minima parte su questo fermo ideologico-culturale con le sue tradizioni che vogliono la donna coperta il più possibile e chiusa fra le mura domestiche.
Ogni popolo ha diritto di evolversi e crescere con i suoi ritmi di tempo. Nessuno ha il diritto di esprimere  giudizi su una cultura che non conosce e di cui non fa parte. Però io, in cuor mio, spero con tutta l'anima che possa giungere la fine di questo triste e tragico assedio, di questo genocidio dalle dimensioni mai viste prima, anche per potere permettere alle donne di Gaza di potere decidere liberamente le sorti del proprio destino , di potere instaurare un rapporto di reciproco rispetto con gli uomini e di potere doppiamente urlare al vento:
W LA LIBERTA'!

IL 18 GENNAIO 2009 FINIVA L'OPERAZIONE "PIOMBO FUSO",

http://www.restiamoumani.com/chapter16 
Norman Finkelstein racconta il racconto di Vik.

L'Amore sotto le bombe!
Fare l'amore sotto le bombe. Ricordo un amico di Nablous che mi spiegava quanto fosse difficile ritagliarsi un momento di intimità con la propria moglie durante l'occupazione. Una sera mentre se ne stavano teneramente abbracciati un proiettile si era conficcato sulla testiera del letto, ad un palmo dalle loro teste. Di amoreggiare sotto le bombe a Gaza in questi giorni non se parla proprio, e anche il futuro coniugale per le giovani coppie palestinesi si presuppone alquanto difficile, essendo in moltissimi ad avere perso la casa e ora a vivere costretti ammassati nelle scuole dell'UNRWA o stipati con altre 20 persone in un minuscolo appartamento. "Oggi è sabato, stasera a Tel Aviv le giovani coppie vanno a divertirsi nelle discoteche o in spiaggia mentre qui noi non riusciamo neanche a fare l'amore nei nostri letti", mi dice Wissam, che si è sposato a novembre. "Le luce stroboscopiche però ce le abbiamo anche noi" e mi indica una serie di lampi a Sud, segno di bombardamenti in corso. Ragazzi come Wissam, diciannovenne, diventano padri molto precocemente e già arrivati alla mezza età sono nonni, consci che questa è l'unica immortalità per la Palestina. Mentre dall'esterno si vocifera di una tregua, accettata da Hamas e ancora una volta rispedita al mittente da Israele, gli ultimi due giorni hanno evidenziato una impennata di bombardamenti e conseguenti vittime civili, ieri più di 60 uccisi, una decina fuori da una moschea nell'ora della preghiera. Ciò che preoccupa maggiormente i palestinesi è un cessate il fuoco senza una contemporanea riapertura dei valichi di frontiera. Prima ancora per far filtrare i materiali per la ricostruzione servono alimenti, e far fuoriuscire i feriti gravi. Gli ospedali sono al collasso, lungo tutta la Striscia hanno una capienza massima di circa 1500 posti letto, i feriti al momento in cui scrivo sono 5320. Desta inoltre sfiducia nell'opinione pubblica palestinese l'aver affidato il ruolo d'intermediario all'Egitto, leadership notoriamente servile ai voleri d'Israele. "Perché non si è chiesta l'intermediazione di un paese europeo? Per la risoluzione del conflitto fra Israele e Hezbollah fu fondamentale il ruolo della Germania, paese veramente neutrale", mi dice sconsolato Hamza, professore universitario. Questa mattina ancora una volta centrata dai tanks israeliani una scuola dell'ONU, a Beit Lahiya, nord della Striscia di Gaza. 14 feriti e due fratellini di 5 e 7 anni ammazzati, Bilal e Mohammed Al-Ashqar; la loro mamma è sopravvissuta ma ha perso entrambe le gambe. Insieme ad altre migliaia di persone (42mila) si erano rifugiate nella scuole dopo che Israele aveva intimato l'evacuazione dalle loro case. Ritenevano di essere al sicuro, esattamente come i 43 profughi sterminati Il 6 gennaio scorso nel massacro della scuola dell'UNRWA a Jabilia. "Questi due bambini erano innocenti, senza dubbio, così come non c'è dubbio che siano morti", ha dichiarato il capo dell'ONU a Gaza, John Ging, che da giorni instancabilmente continua a denunciare i crimini di guerra compiuti dai soldati israeliani, invano. I generali israeliani si apprestano a dichiarare al mondo "missione compiuta". Sono tornato sulle macerie di Tal el Hawa , la parte ancora in piedi dell'ospedale dato alle fiamme dai soldati ha ripreso a funzionare come pronto soccorso e base logistica per le ambulanze. Dai palazzi seriamente danneggiati continuano a trarre fuori feriti da giorni imprigionati fra le rovine. All'ospedale Shifa è ricoverato un bambino di nome Suhaib Suliman, unico superstite di una famiglia di 25 sterminata. Una ragazzina, Hadil Samony, di familiari ne ha persi 11, quando verrà dimessa, non avrà più nessuno che potrà occuparsi di lei. Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi di che missione si trattava? Dalla punizione collettiva alla strage di massa. Un arabo frustrato di nome Raja Chemayel sul suo blog la definisce così: "Prendete un pezzo di terra, lungo 40 chilometri e largo all'incirca…solamente 5 chilometri. Chiamatelo Gaza. Poi riempitelo con un milione e quattrocentomila abitanti. Dopo di che circondatelo con il mare ad ovest, l'Egitto di Mubarak a sud, Israele a nord e ad est e chiamatela la Terra dei Terroristi. Poi dichiaratele guerra e invadetela con 232 carri armati, 687 blindati, 43 postazioni di lancio per jet da combattimento, 105 elicotteri armati, 221 unità di artiglieria terrestre, 346 mortai, 3 satelliti spia, 64 informatori, 12 spie infiltrate e 8000 truppe. E ora chiamate tutto questo 'Israele che si difende'. Adesso fermatevi per un momento e dichiarate che "eviterete di colpire la popolazione civile" e definitevi l'unica Democrazia in azione. Sarà un miracolo, da qualunque punto di vista, evitare di colpire quei civili oppure sarà semplicemente una menzogna dal momento che nessuno potrebbe evitare di colpirli a meno che non sia un bugiardo!! Chiamate tutto questo, di nuovo, "Israele che si difende". E ora arriva la mia domanda: Che cosa succederebbe se questo invasore si rivelasse un bugiardo?? Che cosa accadrebbe a quei civili disarmati?? Come potrebbe perfino Madre Teresa, o addirittura Topolino, con una tale potenza di fuoco, riuscire ad evitare di colpire quei civili in presenza di una tale equazione/situazione/scenario? Chiamate tutto questo come volete. Israele era perfettamente al corrente della presenza di quelle persone disarmate perché è stato proprio Israele a metterle lì!! E allora chiamatelo genocidio! E' più credibile". A parte una paio di leaders brutalmente assassinati, Hamas non ha risentito di questa offensiva, non ha certo perso certo in consensi, semmai ne ha guadagnati. Ogni tanto qualcuno dovrebbe ricordarsi che Hamas non è un gruppuscolo di terroristi, e neanche un partito politico, ma un movimento, e in quanto tale non certo neutralizzabile con una pioggia di bombe a grappolo. Quando domando ai palestinesi un loro parere sulle intenzioni reali di questo brutale massacro, molti rispondono essere in funzione delle elezioni israeliani a febbraio. "Fanno propaganda sulle nostre teste, è sempre stato così alla vigilia di ogni elezione". One Head one vote. Netanyahu che solo un mese fa pareva essere il vincitore certo, nei pronostici ora è dato per perdente dinnanzi agli occhi iniettati di sangue di Olmert e Livni. Avigdor Lieberman è leader di Yisrael Beitenu, al momento la quinta forza politica del paese, ma i sondaggi lo danno in forte crescita specie dopo una dichiarazione come questa: Gaza dovrebbe essere cancellata dalle mappe con una bomba nucleare, come hanno fatto gli Americani con Hiroshima e Nagasaki. Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha dichiarato ieri su
Haaretz : "uccidiamo i loro bambini oggi per salvarne tanti domani!". Temo che il suo "Viaggio alla fine del millennio" sia terminato a bordo di un carro armato parcheggiato dinnanzi ad un ospedale in fiamme. Voltaire invitata a rispettare qualsiasi opinione, io invito a smetterla di gettare i semi dell'odio, che qui innaffiati di sangue alimentano il germe di un risentimento insanabile. Restiamo umani.
Vik


http://www.restiamoumani.com/chapter16

NON SARO' PARTE DI QUESTI CRIMINI !!! PARLA UN'ALTRA REFUSENIK

Foto: NON SARO' PARTE DI QUESTI CRIMINI !!! PARLA UN'ALTRA REFUSENIK

l'articolo è di marzo 2012, ma crediamo sia giusto sostenere e far conoscere al mondo il coraggio di questi ragazzi/e che si rifiutano di prendere parte a un massacro, la Palestina ha davvero bisogno di persone come NOAM, ALON, NATAN, OMER, E MOLTI ALTRI MENO NOTI MA NON PER QUESTO MENO PRIVI DI CORAGGIO E DI STIMA..

la 18enne israeliana Noam Gur ha pubblicamente annunciato la sua intenzione di rifiutare l’obbligo al servizio militare.

Nella lettera aperta, Gur comincia dicendo: “Rifiuto di entrare nell’esercito israeliano perché non intendo far parte di un esercito che, fin dalla sua creazione, è stato impegnato nel dominio di un’altra nazione, nel saccheggio e il terrorismo contro una popolazione civile sotto il suo controllo”.  (“I refuse to join an army that has, since it was established, been engaged in dominating another nation: An interview with Israeli refuser Noam Gur,” Mondoweiss, 12 March 2012).

La corrispondente di Electronic Intifada, Jillian Kestler-D’Amours, ha parlato con Gur sulle ragioni che l’hanno portata alla decisione di rifiutare il servizio militare, su quali reazioni abbia finora ricevuto e su quello che vuole che altri giovani israeliani sappiano in merito alla realtà dell’esercito israeliano.

JKD: Perché hai deciso di rifiutare il tuo servizio militare?

NG: Israele, dal giorno della sua creazione, sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dalla Nabka (il trasferimento forzato di 750mila palestinesi tra il 1947 e il 1948) ad oggi. Lo vediamo nell’ultimo massacro a Gaza, lo vediamo nella vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione nella Striscia e in Cisgiordania, lo vediamo nella vita dei palestinesi in Israele, il modo in cui vengono trattati. Non credo di appartenere a questo posto. Non credo di poter personalmente prendere parte a tali crimini e penso che abbiamo il dovere di criticare l’istituzione militare e i crimini che compie e uscire allo scoperto per dire che non serviremo in un esercito che occupa un altro popolo.

JKD: Questo porta ad un’altra domanda: perché hai deciso di rendere pubblico il tuo rifiuto, invece di – come in genere fanno altri israeliani che non svolgono il servizio militare – usare una scusa?


NG: Dieci anni fa ci fu un imponente movimento di refusenik e negli ultimi due o tre anni è quasi scomparso. Sono la sola refusenik quest’anno, per me è un modo per far sapere alla gente che ancora esistiamo, prima di tutto. In secondo luogo, non voglio restare in silenzio. Sento che fin dalle scuole superiori, siamo sempre rimasti in silenzio. Lasciamo sempre che le nostre critiche escano fuori in piccoli circoli. Il mondo non lo sa, i palestinesi non lo sanno. Non so se cambierà qualcosa, ma io posso solo provare. Mi sento meglio con me stessa, sapere che ho provato a compiere anche solo il più piccolo cambiamento.


JKD: La tua famiglia ha avuto un’influenza nella tua decisione di rifiutare il servizio militare?


NG: I miei genitori non sono politicizzati. Entrambi hanno servito nell’esercito. Mio padre ha preso parte alla prima guerra in Libano ed è stato ferito. Mia madre, la stessa cosa. La mia sorella maggiore era nella polizia di frontiera. Il mio destino era terminare gli studi e entrare nell’esercito. Era il mio percorso naturale. Da quando ho 15 anni, ho iniziato ad interessarmi alla Nakba del 1948. Ho cominciato a leggere e a comprendere il quadro completo. Non so esattamente perché, ma è successo. Più tardi, ho letto le testimonianze e le storie di palestinesi della Cisgiordania e di ex soldati, ho conosciuto amici palestinesi e partecipato a manifestazioni di protesta in Cisgiordania, vedendo cosa sta avvenendo con i miei occhi. A 16 anni, ho deciso di non servire nell’esercito.


JKD: Quale reazione c’è stata dopo il tuo annuncio pubblico?


NG: I miei genitori non mi hanno sostenuto. Credo che mia madre e mio padre sappiano che non hanno possibilità di fermarmi perché è la mia decisione e ho 18 anni. Non sono più in contatto con la maggior parte dei miei compagni di scuola, molti di loro sono nell’esercito. Ho ricevuto tante positive risposte negli ultimi giorni, ma anche commenti poco amichevoli.


JKD: Come ti hanno fatto sentire simili commenti?


NG: Mi hanno fatto capire che devo andare avanti con quello che sto facendo. Molti commenti mi hanno fatto sentire…anche se erano crudeli, mi hanno fatto capire che sto facendo la cosa giusta perché sto seguendo i miei ideali. È quello che penso sia giusto e non mi importa di quello che la gente dice.


JKD: Cosa accadrà quando formalmente rifiuterai il servizio militare?


NG: Il 16 aprile devo presentarmi al centro di reclutamento di Ramat Gan. Andrò lì e dichiarerò che rifiuto. Starò lì qualche ora e poi sarò giudicata e condannata alla prigione, da una settimana ad un mese. passerò il mio tempo in un carcere femminile e poi sarò rilasciata. Quando sarò fuori, andrò di nuovo a Ramat Gan e di nuovo sarò condannata, da una settimana ad un mese. Continuerà così fino a quando l’esercito deciderà di smettere.

JKD: Cosa deve cambiare dentro la società israeliana perché sempre più giovani decidano di rifiutare il servizio militare?

NG: Non sono sicura ch questo possa accadere. Credo che siamo ad un punto di non ritorno. Se davvero vogliamo cambiare qualcosa nella società israeliana, la pressione deve essere davvero forte, da fuori. È per questo che sostengo la campagna Boicottaggio Disinvestimento & Sanzioni. È davvero difficile cambiare qualcosa dall’interno. Quasi impossibile.

JKD: Cosa vorresti dire agli altri diciottenni israeliani che stanno per cominciare il servizio militare?

NG: Credo sia importante che ognuno guardi a cosa sta facendo. Penso che molti diciottenni, per mia esperienza personale, non sappiano cosa stanno per fare. Non sanno quello che accade a Gaza e in Cisgiordania. Il solo modo in cui vedranno i palestinesi per la prima volta sarà da soldati. Sarebbe intelligente per cominciare, prima di entrare nell’esercito, capire qual è la realtà. Cercare di realizzare, parlare con la gente. Non è così spaventoso. Cercare di leggere quello che la gente dice. Penso sia veramente importante capire quello che sta avvenendo.



 http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/societa-israeliana/3480-non-saro-parte-di-questi-crimini-parla-una-refusenik


l'articolo è di marzo 2012, ma crediamo sia giusto sostenere e far conoscere al mondo il coraggio di questi ragazzi/e che si rifiutano di prendere parte a un massacro, la Palestina ha davvero bisogno di persone come NOAM, ALON, NATAN, OMER, E MOLTI ALTRI MENO NOTI MA NON PER QUESTO MENO PRIVI DI CORAGGIO E DI STIMA..

la 18enne israeliana Noam Gur ha pubblicamente annunciato la sua intenzione di rifiutare l’obbligo al servizio militare.

Nella lettera aperta, Gur comincia dicendo: “Rifiuto di entrare nell’esercito israeliano perché non intendo far parte di un esercito che, fin dalla sua creazione, è stato impegnato nel dominio di un’altra nazione, nel saccheggio e il terrorismo contro una popolazione civile sotto il suo controllo”. (“I refuse to join an army that has, since it was established, been engaged in dominating another nation: An interview with Israeli refuser Noam Gur,” Mondoweiss, 12 March 2012).

La corrispondente di Electronic Intifada, Jillian Kestler-D’Amours, ha parlato con Gur sulle ragioni che l’hanno portata alla decisione di rifiutare il servizio militare, su quali reazioni abbia finora ricevuto e su quello che vuole che altri giovani israeliani sappiano in merito alla realtà dell’esercito israeliano.

JKD: Perché hai deciso di rifiutare il tuo servizio militare?

NG: Israele, dal giorno della sua creazione, sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dalla Nabka (il trasferimento forzato di 750mila palestinesi tra il 1947 e il 1948) ad oggi. Lo vediamo nell’ultimo massacro a Gaza, lo vediamo nella vita quotidiana dei palestinesi sotto occupazione nella Striscia e in Cisgiordania, lo vediamo nella vita dei palestinesi in Israele, il modo in cui vengono trattati. Non credo di appartenere a questo posto. Non credo di poter personalmente prendere parte a tali crimini e penso che abbiamo il dovere di criticare l’istituzione militare e i crimini che compie e uscire allo scoperto per dire che non serviremo in un esercito che occupa un altro popolo.

JKD: Questo porta ad un’altra domanda: perché hai deciso di rendere pubblico il tuo rifiuto, invece di – come in genere fanno altri israeliani che non svolgono il servizio militare – usare una scusa?


NG: Dieci anni fa ci fu un imponente movimento di refusenik e negli ultimi due o tre anni è quasi scomparso. Sono la sola refusenik quest’anno, per me è un modo per far sapere alla gente che ancora esistiamo, prima di tutto. In secondo luogo, non voglio restare in silenzio. Sento che fin dalle scuole superiori, siamo sempre rimasti in silenzio. Lasciamo sempre che le nostre critiche escano fuori in piccoli circoli. Il mondo non lo sa, i palestinesi non lo sanno. Non so se cambierà qualcosa, ma io posso solo provare. Mi sento meglio con me stessa, sapere che ho provato a compiere anche solo il più piccolo cambiamento.


JKD: La tua famiglia ha avuto un’influenza nella tua decisione di rifiutare il servizio militare?


NG: I miei genitori non sono politicizzati. Entrambi hanno servito nell’esercito. Mio padre ha preso parte alla prima guerra in Libano ed è stato ferito. Mia madre, la stessa cosa. La mia sorella maggiore era nella polizia di frontiera. Il mio destino era terminare gli studi e entrare nell’esercito. Era il mio percorso naturale. Da quando ho 15 anni, ho iniziato ad interessarmi alla Nakba del 1948. Ho cominciato a leggere e a comprendere il quadro completo. Non so esattamente perché, ma è successo. Più tardi, ho letto le testimonianze e le storie di palestinesi della Cisgiordania e di ex soldati, ho conosciuto amici palestinesi e partecipato a manifestazioni di protesta in Cisgiordania, vedendo cosa sta avvenendo con i miei occhi. A 16 anni, ho deciso di non servire nell’esercito.


JKD: Quale reazione c’è stata dopo il tuo annuncio pubblico?


NG: I miei genitori non mi hanno sostenuto. Credo che mia madre e mio padre sappiano che non hanno possibilità di fermarmi perché è la mia decisione e ho 18 anni. Non sono più in contatto con la maggior parte dei miei compagni di scuola, molti di loro sono nell’esercito. Ho ricevuto tante positive risposte negli ultimi giorni, ma anche commenti poco amichevoli.


JKD: Come ti hanno fatto sentire simili commenti?


NG: Mi hanno fatto capire che devo andare avanti con quello che sto facendo. Molti commenti mi hanno fatto sentire…anche se erano crudeli, mi hanno fatto capire che sto facendo la cosa giusta perché sto seguendo i miei ideali. È quello che penso sia giusto e non mi importa di quello che la gente dice.


JKD: Cosa accadrà quando formalmente rifiuterai il servizio militare?


NG: Il 16 aprile devo presentarmi al centro di reclutamento di Ramat Gan. Andrò lì e dichiarerò che rifiuto. Starò lì qualche ora e poi sarò giudicata e condannata alla prigione, da una settimana ad un mese. passerò il mio tempo in un carcere femminile e poi sarò rilasciata. Quando sarò fuori, andrò di nuovo a Ramat Gan e di nuovo sarò condannata, da una settimana ad un mese. Continuerà così fino a quando l’esercito deciderà di smettere.

JKD: Cosa deve cambiare dentro la società israeliana perché sempre più giovani decidano di rifiutare il servizio militare?

NG: Non sono sicura ch questo possa accadere. Credo che siamo ad un punto di non ritorno. Se davvero vogliamo cambiare qualcosa nella società israeliana, la pressione deve essere davvero forte, da fuori. È per questo che sostengo la campagna Boicottaggio Disinvestimento & Sanzioni. È davvero difficile cambiare qualcosa dall’interno. Quasi impossibile.

JKD: Cosa vorresti dire agli altri diciottenni israeliani che stanno per cominciare il servizio militare?

NG: Credo sia importante che ognuno guardi a cosa sta facendo. Penso che molti diciottenni, per mia esperienza personale, non sappiano cosa stanno per fare. Non sanno quello che accade a Gaza e in Cisgiordania. Il solo modo in cui vedranno i palestinesi per la prima volta sarà da soldati. Sarebbe intelligente per cominciare, prima di entrare nell’esercito, capire qual è la realtà. Cercare di realizzare, parlare con la gente. Non è così spaventoso. Cercare di leggere quello che la gente dice. Penso sia veramente importante capire quello che sta avvenendo.

Stupri, gli uomini si facciano carico del problema - Nadia Somma e Mario De Maglie - Il Fatto Quotidiano

Stupri, gli uomini si facciano carico del problema - Nadia Somma e Mario De Maglie - Il Fatto Quotidiano

Mario De Maglie

«Le donne sono l’anello debole di una società in cui è parzialmente ancora inculcata l’assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso. Lo dico con tutto il rammarico, ma sarebbe bene che di sera non uscissero da sole ». Poi, precisando il suo pensiero, il capo dei pm bergamaschi ha spiegato: «Non voglio colpevolizzare la giovane che ha subìto violenza, anzi a lei vanno le nostre scuse per non aver saputo offrire la degna protezione. Ma a volte bisogna ragionare in termini realistici».

Leggendo queste parole ne ho ricavato un’impressione confusa. Da una parte il necessario riconoscimento di un problema, dall’altra il proporre, anziché attivare tutte le risorse necessarie alla sua risoluzione, che a farsene carico siano le donne stesse, limitando spontaneamente la loro libertà di azione e movimento. Non c’è solo l’assurda mentalità della femmina come oggetto del possesso, queste affermazioni rimandano ad una assurda mentalità della femmina come semplice oggetto, come se non avesse anche lei i suoi desideri e le sue esigenze che dovrebbero essere tutelati al pari di quelle dei “maschi soggetti”.

Gli uomini non riescono a controllare i propri istinti? E’ da condannare certo, ma laviamocene le mani e che le donne se la sbrighino da sole. E’ questo il messaggio che mi arriva personalmente dalle esternazioni di Dettori.

Per evitare le aggressioni che vengono commesse di giorno invitiamo le donne a rimanere in casa durante le ore diurne. Per evitare di essere derubati lasciamo il portafoglio a casa. Per evitare un incidente automobilistico non prendiamo l’auto. Per evitare di litigare con qualcuno isoliamoci e non parliamo con nessuno. Per evitare malattie sessualmente trasmissibili smettiamo di avere rapporti sessuali. Per evitare di subire delle violenze dal sesso opposto non fidanziamoci o sposiamoci e rimaniamo single. E’ questa la soluzione?

Ragionando in questi termini, il vero anello debole della società si rivelano gli uomini o meglio gli uomini che la pensano in questo modo. Dobbiamo toglierci dall’ottica di pensare alle donne come sesso debole, non sono una specie da proteggere. Ci hanno insegnato che l’uomo è l’uomo e la donna è la donna. Categorie inutili, la cui rigidità si trasforma in un boomerang.

Fare le scuse alla giovane stuprata? Necessario, ma ipocrita se tutto si ferma a questo. Non credo che, in questo momento, le scuse della società o del procuratore possano essere di aiuto alla vittima. Se riuscissimo a fare realmente nostro il dolore, la paura e la rabbia che quella donna starà provando, sono convinto che ci attiveremmo in modo diverso, ma purtroppo le cose, finché non ci coinvolgono direttamente ci riguardano fino ad un certo punto.

Non mi interessa criticare Dettori, ma mi interesserebbe chiedergli, con rispetto e civiltà, se ha una figlia o se
l’avesse avuta , se l’avrebbe chiusa in casa tutte le sere o se l’avrebbe accompagnata sempre e comunque nei suoi spostamenti.

Sono d’accordo che è necess
ario ragionare in termini realistici. E’ reale che le strade delle nostre città non sempre siano dei luoghi sicuri (anche se ricordo che la maggior parte delle violenze avviene all’interno delle mura domestiche), ma non è un problema di cui si devono fare carico solo le donne, anche se poi risultano più indifese per un mero fatto di forza fisica. Non possiamo chiedere alla popolazione femminile di farsi carico di un problema che mettono in campo alcuni di del mio genere, quando non riescono a gestire le proprie emozioni o i propri più bassi istinti..

La nostra vera casa è il mondo e per ripararci da esso non ci sono rifugi magici. Sta a tutti noi renderlo più sicuro.


lunedì 14 gennaio 2013

Pappé: possiamo provare pietà per Israele?

- Ho passato gli ultimi giorni del 2012 nella città di Haifa. Per caso, ho incontrato alcuni conoscenti che in passato mi consideravano nel migliore dei casi come un illuso, nel peggiore come un traditore. Mi sono sembrati più imbarazzati - quasi confessando che le mie nere previsioni sul futuro di Israele si stavano dolorosamente concretizzando di fronte ai loro occhi.

In effetti, le nostre previsioni sono giunte molto tardi. Già nel 1950, con inquietante precisione, Sir Thomas Rapp, capo dell'ufficio britannico per il Medio Oriente del Cairo, aveva previsto il futuro. È stato l'ultimo ad essere inviato da Londra per decidere se la Gran Bretagna dovesse o meno stabilire relazioni diplomatiche con Israele. Lui diede il via libera, ma avvertì i suoi superiori a Londra: "La generazione più giovane viene spinta verso un contesto militarista e così si crea una minaccia permanente alla stabilità mediorientale. Israele si sta allontanando da uno stile di vita democratico e avvicinando verso il totalitarismo della destra o della sinistra" (Public Record Office, Foreign Office Files 371/82179, E1015/119, lettera al Segretario agli Esteri Ernest Begiv, 15 dicembre 1950).

È il totalitarismo della destra che è destinato ad essere il segno distintivo dello Stato ebraico nel 2013. E alcuni dei sionisti liberali, che una volta erano disposti a divorare me e altri ebrei che la pensavano come me, oggi realizzano - come Sir Thomas prima di noi - che forse avevamo ragione. E forse a causa del loro atteggiamento più benevolo, vorrei ricambiare tentando con loro un approccio diverso nel 2013.


Compassione verso gli israeliani?

Quelli di noi che scrivono spesso per Electronic Intifada hanno mostrato in passato - e senza dubbio continueranno a farlo in futuro - piena solidarietà con le vittime palestinesi dell'esistenza e delle politiche di Israele. Ma possiamo, o dovremmo, mostrare compassione anche per gli israeliani? Ovviamente, nessuno può chiedere ai palestinesi di farlo, mentre prosegue a piene mani l'esproprio della loro terra. Ma forse noi che apparteniamo almeno etnicamente ai carnefici possiamo pensare per un momento ai nostri connazionali, in questo inizio di nuovo anno.

Lasciatemi cominciare con una questione personale. Durante la mia visita ho avuto l'opportunità di vedere il mio ex collega, lo storico Benny Morris, in televisione e di leggere alcune sue interviste. Il suo razzismo anti-arabo e anti-islamico è oggi più crudo che mai: un rude discorso infarcito d'odio, velenosamente sputato fuori nel modo più disgustoso. Allora, perché dovremmo mostrare empatia? Perché il suo primo libro sui rifugiati permise a me e ad altri di aprire gli occhi. Non era un grande libro di storia, ma era una ricerca eloquente della verità, cercata negli archivi di Stato, sui crimini israeliani nel 1948.

Eppure la sua trasmutazione in un razzista non sorprende, segue la stessa traiettoria di molti dei cosiddetti sionisti liberali in Israele. Lui e i suoi amici hanno vissuto un'epifania negli anni Novanta: scoprire le fondamenta immorali dello Stato. Questo avrebbe potuto aprire la strada ad una sincera riconciliazione, ma è stato anche un momento spaventoso che richiedeva coraggiose decisioni personali. Molti di loro, invece di negare la verità e la colpevolezza, hanno optato per nasconderla attraverso un nuovo sionismo, di gran lunga più estremo e odioso. Questo particolare gruppo di sionisti probabilmente non passerà per una vera rinascita, ma forse i loro figli sì. Si può solo sperare.


Gli arabi ebrei di Israele

Compassione può essere mostrata anche agli arabi ebrei di Israele. Ho notato durante la mia visita che molti di loro indossano - quasi piegati dal suo peso - un grandissimo medaglione con la Stella di David, di una misura che non avevo mai visto prima. Hanno paura che la polizia o gli ufficiali pubblici possano scambiarli per "arabi" e allora indossano questi enormi ciondoli che urlano "Sono ebreo, non arabo, anche se ci assomiglio!" (Come se noi che viviamo tra il fiume Giordano e il mare avessimo un aspetto tanto diverso l'uno dagli altri).

Tutto ciò è triste e patetico, ma forse l'accademica Ella Habiba Shohat aveva ragione quando ci chiedeva di considerare gli arabi ebrei come vittime del sionismo, al pari dei palestinesi. Tuttavia è difficile, con il rischio di generalizzare, comprenderli tra le vittime visto che ormai hanno accettato completamente la formula per la quale più è forte il loro razzismo anti-arabo e più israeliani possono diventare.

Negli anni Settanta, gli arabi ebrei lottarono contro le discriminazioni. I partiti di destra in Israele capitalizzarono la loro frustrazione per costruirsi una base elettorale che portasse al potere il Likud e convogliasse le politiche di identità degli arabi ebrei verso posizioni anti-arabe e anti-palestinesi. Ma qualsiasi tipo di futuro per gli ebrei in Palestina deve passare attraverso la connessione organica ed intrinseca con questi ebrei nella regione, con il loro passato, la loro civiltà e il loro futuro. Ce ne sono ancora molti che possono mostrare ai coloni europei come imparare a conciliarsi con ogni tipo di trasformazione nel mondo arabo.

Il mio terzo messaggio di compassione è per gli ebrei ultraortodossi. L'idea di uno Stato ebraico è una farsa, e lo sanno bene. Non esiste alcun fondamento nell'ebraismo per creare uno Stato basato sulla religione. Così alcuni di loro hanno optato per un chiaro anti-sionismo, per il quale vengono perseguitati, e altri per un imbarazzante sionismo attraverso la colonizzazione della Cisgiordania. Per un momento ci dovremmo mettere nei loro panni: sono una consistente parte della popolazione ebraica e potrebbero essere parte di una nuova e migliore Palestina in Medio Oriente.


Ghetti culturali

Il mio quarto vacillante impulso alla compassione è diretto agli ebrei russi (ne ho visti molti pregare nelle chiese ortodosse ad Haifa e nel Nord). Sono la prima generazione di coloni nel progetto coloniale in corso. Sono come degli alieni in questo Paese - come lo furono i primi sionisti - e si sentono persi. Così creano dei ghetti culturali o, come gli arabi ebrei, provano ad integrarsi offrendosi come il polo più fascista e razzista della scena politica israeliana. In entrambi i casi, è qualcosa di molto spiacevole e insoddisfacente.

La mia ultima brama di empatia va agli studenti ebrei in Occidente, che ancora insistono a mostrarsi come ambasciatori di Israele nei campus universitari. Anche qui, la loro patetica condizione umana muove a compassione. Avrebbero potuto ricoprire un ruolo d'avanguardia - come fecero i loro predecessori nelle lotte per l'uguaglianza negli Stati Uniti e nei movimenti contro l'apartheid in Sudafrica e l'imperialismo in Vietnam - in una delle più grandi campagne di umanità per la pace e la giustizia: il movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

Ma si sono ritrovati confusi e disorientati, rappresentanti dell'oppressore, del colonizzatore e dell'occupante. Il risultato finale è la ripetizione a pappagallo degli slogan preparati dalla diplomazia israeliana, che penso abbiano poco senso anche per coloro che recitano senza convinzione le accuse di anti-semitismo e terrorismo.

Pensavo di aggiungere anche i pionieri, i veterani del sionismo nel 1948, che hanno confidato i loro segreti al regista Eyal Sivan e a me (le loro testimonianze furono mostrate in uno schermo che abbiamo montato nel cuore di Tel Aviv alla fine del 2012) e che ci hanno raccontato con coraggio i crimini che commisero contro i palestinesi durante la Nakba. Ma questo sarebbe troppo.

Forse quando la pace sarà più vicina, potrò seguire i passi di Desmond Tutu e mostrare la stessa compassione del Comitato Sudafricano per la Verità e la Riconciliazione. Ma fino ad allora tenterò di lasciare la porta parte a chi come me appartiene a questa società coloniale e con i quali spero un giorno i palestinesi costruiranno una Palestina libera e democratica.