mercoledì 12 dicembre 2012

Gaza Streep

Col termine Striscia di Gaza (in araboقطاع غزةQiṭāʿ Ghazza; in ebraico: רצועת עזה, Retzu'at 'Azza) si indica un territorio palestinese confinante con Israele e Egitto nei pressi della città di Gaza. Si tratta di una regione costiera di 360 km² di superficie popolata da circa 1.645.500 abitanti di etnia araba. È rivendicato come parte dello Stato di Palestina.

Quest'area solo dal 29 novembre 2012 è stata riconosciuta come Stato Osservatore dall'O.N.U. Nel gennaio 2006, con una vittoria a sorpresa alle elezioni parlamentari palestinesi del 2006,Hamas ha ottenuto la maggioranza alla camera.[2] A seguito della Battaglia di Gaza (2007) Hamas ha assunto il governo de facto della Striscia di Gaza. L'Egitto ha governato la Striscia di Gaza tra il 1948 e il 1967, e oggi controlla la propria frontiera meridionale tra il deserto del Sinai e la Striscia di Gaza, dalla quale è diviso dalla Philadelphi RouteIsraele ha governato la Striscia di Gaza dal 1967 al 2005, quando si è formalmente ritirato. Ai sensi degli accordi di Oslo firmati tra Israele e l'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Israele mantiene però il controllo militare dello spazio aereo della Striscia di Gaza, delle frontiere terrestri (attraverso la barriera tra Israele e la Striscia di Gaza) e delle acque territoriali, oltre al controllo de facto delle frontiere.

Dominazione ottomana e britannica (1517-1948) [modifica]

Nel 1517 gli Ottomani conquistano Gaza, e la terranno fino alla Prima guerra mondiale.
Dopo la prima guerra mondiale, Gaza è diventata parte del Mandato britannico della Palestina sotto l'autorità della Società delle Nazioni. Il dominio britannico sulla Palestina si è concluso con la dichiarazione d'indipendenza israeliana nel 1948.

Occupazione egiziana (1948-67) [modifica]

Secondo i termini del piano di partizione delle Nazioni Unite del 1947, la zona di Gaza era destinata a diventare parte di un nuovo Stato arabo. Dopo lo scioglimento del Mandato britannico della Palestina, la successiva Guerra arabo-israeliana del 1947-1948 e la dichiarazione d'indipendenza di Israele (maggio 1948), la striscia di Gaza si ritrovò isolata dal restante territorio palestinese, incuneata tra Israele, l'Egitto e con alle spalle il mare. L'Egitto ne assunse quindi l'amministrazione, analogamente a quanto avvenne al resto dell'ipotizzato stato arabo di Palestina, vale a dire la Cisgiordania, entrata nell'orbita del Regno di Giordania.
La Striscia di Gaza è stata quindi la risultanza di accordi successivi all'armistizio del 1949 tra Egitto e Israele. L'Egitto ha controllato la Striscia dal 1949 (ad eccezione di quattro mesi di occupazione israeliana nel corso della Crisi di Suez del 1956) fino al 1967, senza annetterla formalmente e governandola tramite un'amministrazione militare. Ai rifugiati palestinesinon venne peraltro mai offerta la cittadinanza egiziana.

Occupazione israeliana (1967-1994) [modifica]

Israele ha occupato la Striscia di Gaza nel giugno 1967 durante la guerra dei sei giorni. L'occupazione militare è durata per 27 anni, fino al 1994. Tuttavia, secondo gli accordi di Oslo, Israele mantiene il controllo dello spazio aereo, le acque territoriali, l'accesso off-shore marittimo, l'anagrafe della popolazione, l'ingresso degli stranieri, le importazioni e le esportazioni, nonché il sistema fiscale.
Durante il periodo di occupazione israeliana, Israele ha creato un insediamento, Gush Katif, nell'angolo sud ovest della Striscia, vicino a Rafah e il confine egiziano. In totale, Israele ha creato 21 insediamenti nella Striscia di Gaza, su circa il 20% del totale del territorio. Durante tale periodo l'amministrazione militare è stata anche responsabile per la manutenzione di impianti civili e dei servizi.
Nel maggio 1994, a seguito degli accordi israelo-palestinesi, noti come Accordi di Oslo, ha avuto luogo un graduale trasferimento di autorità governative per i palestinesi. Gran parte della Striscia (tranne che per la liquidazione blocchi militari e le zone insediate) passò sotto il controllo palestinese. Le forze israeliane evacuarono Madīnat Ghazza (Gaza City) e le altre aree urbane, lasciando l'amministrazione alla nuova Autorità Nazionale Palestinese.

Controllo dell'ANP (1994-2007) [modifica]

Bandiera palestinese
Striscia di Gaza
Territori palestinesi
L'Autorità palestinese, guidata da Yasser Arafat, ha scelto la città di Gaza come la sua prima sede provinciale. Nel settembre 1995, Israele e l'OLP firmarono un secondo accordo di pace che estende l'amministrazione dell'Autorità palestinese alla maggior parte delle città della Cisgiordania. La Pubblica Amministrazione della Striscia di Gaza e Cisgiordania sotto la leadership di Arafat ha visto episodi di cattiva gestione.
Il 14 agosto 2005 il governo israeliano ha disposto l'evacuazione della popolazione israeliana dalla "Striscia" e lo smantellamento delle colonie che vi erano state costruite (piano di disimpegno unilaterale israeliano).
Il 15 agosto ebbe inizio l'operazione "Mano tesa ai fratelli", che tendeva a conseguire pacificamente lo sgombero dei coloni israeliani insediatisi nelle Striscia di Gaza e in alcuni insediamenti della Cisgiordania. I soldati israeliani passarono casa per casa, tentando di convincere i coloni rimasti a partire.
Il governo israeliano ordinò ad ogni colono di nazionalità israeliana di abbandonare gli insediamenti entro la mezzanotte, considerando chiunque fosse rimasto oltre il limite prefissato in condizione di illegalità. Dopo la mezzanotte, il governo concesse due giorni di tolleranza, durante i quali le colonie furono progressivamente circondate da 40.000 militari e poliziotti israeliani.
Tutti i coloni che partirono entro la mezzanotte del 16 agosto, ebbero la possibilità di utilizzare mezzi propri e si videro riconosciuto il diritto all'indennizzo stanziato dal governo. Trascorsi i due giorni di tolleranza, dalla mezzanotte del 17 agosto ebbe inizio l'evacuazione forzata: i militari furono autorizzati ad imballare ed a caricare in container beni e mobili rimasti nelle case. I coloni ancora presenti furono spostati di forza dagli insediamenti.
Nella colonia di Nevé Dekalim, l'insediamento più importante della regione, si sono avuti gli scontri più violenti. Qui vivono più di 2.600 persone. In serata era circondato dalla polizia e dai militari. Secondo fonti da verificare un portavoce dell'esercito, parlando degli elementi israeliani più oltranzisti che rifiutavano di abbandonare il territorio palestinese occupato dal 1967, affermò che «il nostro problema non sono gli abitanti originari ma i militanti contrari all'evacuazione che si sono infiltrati illegalmente a Gaza».
Lo sgombero della Striscia terminò il 22 agosto, con il trasferimento delle ultime famiglie della colonia di Netzarim. I soldati impegnati nell'evacuazione furono trasferiti in Cisgiordania, dove vennero evacuati i coloni di Hamesh e Sa-Nur.
L'11 settembre, con una cerimonia molto sobria svoltasi presso i resti della colonia di Nevé Dekalim, i comandanti militari di Israele ammainarono la loro bandiera a Gaza. Verso sera, lunghe colonne di mezzi militari israeliani abbandonarono la Striscia.
Il 12 settembre 2005 il territorio della Striscia di Gaza passò in mano palestinese, e gli abitanti ebbero accesso alle aree che erano state loro precedentemente vietate. Alcuni palestinesi ne approfittano per vendicarsi dell'occupazione dando fuoco alle sinagoghe abbandonate e a circa 10 milioni di dollari di infrastrutture fra cui serre per coltivazioni. Il partito di al-Fatḥ governa in questo modo ufficialmente sulla striscia di Gaza, primo pezzo dello Stato di Palestina.

Ci sarà GIUSTIZIA?!?


 – Palestinian centre for human rights. Comunicato stampa.
Il Pchr lancia la campagna ‘Palestina alla Corte penale internazionale’
Il 10 dicembre 2012, in occasione della giornata per i diritti umani, il Pchr ha lanciato la campagna ‘Palestina alla Corte penale internazionale’. Essa mira a incoraggiare le parti interessate, vale a dire lo stato della Palestina, il procuratore della Corte penale internazionale e la comunità internazionale, ad adempiere alle loro responsabilità garantendo giustizia e risarcimento alle vittime palestinesi per le violazioni del diritto internazionale.
Dieci anni dopo la creazione della Corte penale internazionale, istituzione creata per porre fine all’impunità per gli autori dei crimini più gravi, che riguarda la comunità internazionale nel suo complesso, il Pchr esige responsabilità per le innumerevoli vittime palestinesi a cui è stato negato l’accesso alla giustizia per così tanto tempo.
Gli autori dello Statuto di Roma hanno riconosciuto che “tutte le persone sono unite da stretti vincoli e che le loro culture formano un patrimonio comune”. I valori fondanti la Corte sono davvero universali, sulla base dei diritti che sono stati proclamati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948.
Poiché l’articolo 2 afferma “(…) non sarà inoltre fatta distinzione sulla base dello status politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio a cui una persona appartiene, sia esso indipendente, fiduciario o non autonomo o con altre limitazioni di sovranità”.
64 anni dopo, innumerevoli popoli sono ancora discriminati e ci sono distinzioni enormi tra gli individui, semplicemente a causa dello status politico della terra in cui sono nati. Il popolo palestinese è sempre stato discriminato proprio a causa della mancanza di indipendenza nel loro territorio e della limitazione della sovranità imposta loro dopo la creazione dello stato di Israele – quello stesso anno.
La situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati peggiora di anno in anno. Il diritto all’auto-determinazione e alla realizzazione di uno stato palestinese appaiono come nobili ideali di fronte alla realtà dei fatti. La situazione in Cisgiordania e a Gerusalemme si sta deteriorando sotto l’occupazione e l’espansione degli insediamenti, con tutto il mondo come testimone. Nella Striscia di Gaza, 1,7 milioni di persone sono sottoposte a una forma odiosa di punizione collettiva, tagliate fuori dal mondo esterno e costrette a un non sviluppo.
Questo stesso popolo, persone protette dal diritto internazionale umanitario, è oggetto di attacchi continui. Durante la cosiddetta ‘Operazione Piombo Fuso’, la popolazione civile era nell’occhio del ciclone, e le era negata anche la possibilità di fuggire. Oltre l’80% di tutte le vittime erano civili. Tutto questo è avvenuto sotto gli occhi della comunità internazionale. Quasi 4 anni dopo, non c’è stata alcuna indagine adeguata a livello nazionale.
Peggio ancora, la comunità internazionale ha guardato ancora una volta come Israele ha condotto un’altra offensiva con attacchi sproporzionati e indiscriminati che hanno causato la perdita di molti civili. Quasi i due terzi delle vittime e il 97% dei feriti durante l’operazione “Colonna di Nuvola” erano civili. Precedentemente, l’operazione “Piombo fuso” è stato oggetto di indagine, un’altra offensiva su larga scala ha lasciato molte più vittime al suo passaggio.
Il “Fact finding mission” dell’ONU sul conflitto di Gaza ha scoperto che crimini di guerra e crimini contro l’umanità sono stati commessi durante l’operazione Piombo Fuso”. La cosa più importante è che il rapporto ha definito i meccanismi di responsabilità a livello nazionale e, in caso di fallimento, a livello internazionale. Come ha concluso la commissione di esperti dell’ONU “l’inchiesta ufficiale deve essere condotta da un organismo realmente indipendente, dato l’evidente conflitto insito nell’esercito che esamina il suo ruolo nella progettazione e nell’esecuzione dell’operazione Piombo Fuso”.
Il Pchr riconosce che la Corte penale internazionale è l’organo indipendente di principio in grado di condurre tali indagini e, in questo contesto, il Pchr lancia la sua campagna, “Palestina alla Corte penale internazionale”, che mira a incoraggiare le parti interessate ad assumersi  le proprie responsabilità nel garantire alla Palestina l’accesso alla Corte penale internazionale.
In primo luogo, lo Stato della Palestina deve firmare e ratificare lo Statuto di Roma, senza indebito ritardo, e presentare una dichiarazione alla  Corte di giustizia ai sensi dell’articolo 11 (2) e 12 (3) dello Statuto, accettando l’esercizio della giurisdizione da parte della Corte dalla data di entrata in vigore dello Statuto, il 1° luglio 2002.
A seguito dell’adesione della Palestina allo Statuto di Roma, il procuratore della Corte penale internazionale dovrebbe avviare un’indagine  per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità che vengono commessi in Palestina in violazione dello Statuto, e richiedere l’autorizzazione alla Camera di giudizio preliminare per procedere ad un’indagine, ai sensi dell’articolo 15 dello Statuto. In seguito, il Procuratore della Corte penale internazionale dovrebbe riaprire l’esame preliminare, e prendere in considerazione gli elementi utili per aprire finalmente un’inchiesta sulla situazione in Palestina, portando la questione prima alla Camera preliminare per  una determinazione giudiziale della questione. Infine, spetta alla comunità internazionale sostenere gli sforzi del popolo palestinese per cercare giustizia alle violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani attraverso l’uso del principio di giurisdizione universale. 
"Agenzia stampa Infopal - www.infopal.it"
Fine della conversazione in chat

lunedì 10 dicembre 2012

L'inferno in Terra - Le prigioni israeliane

di Ralph Schoenman
Le carceri israeliane sono essenzialmente carceri politiche. I reclusi sono soprattutto palestinesi sospetti, accusati e, a volte – sulla base di confessioni sotto coercizione – “condannati” per aver realizzato, incitato o progettato atti di resistenza, pacifici o armati. Nonostante non ci siano statistiche sulla popolazione penale, il numero dei prigionieri che scontano lunghe condanne in carceri di massima sicurezza sfiora con ogni probabilità i 3.000; ci sono 30 donne palestinesi incarcerate a Neve Tertza, senza contare quelle portate dal Libano. Gli avvocati stimano che ogni anno vengano imprigionati nelle carceri israeliane 20.000 palestinesi, tra i quali più di 640 bambini.
All’interno delle frontiere del 1967 ci sono dieci carceri: Kfar Yonah, Prigione centrale di Ramle, Shattah, Damun, Mahaneh Ma’siyahu, Beersheba, Tel Mond (per giovani), Nafha, Ashquelon e Neve Tertza.
Nei territori occupati dal 1967 ci sono 9 carceri: Gaza, Nablus, Ramallah, Belen, Fara’a, Jerico, Tulkarem, Hebron e Gerusalemme.
Ci sono centri regionali di detenzione a Yagur (Jalameh) e Atlit, vicino ad Haifa, Abu Kabir a Tel Aviv e il Moscobiya (Complesso Russo) a Gerusalemme. A questi vanno aggiunti le caserme generali della polizia ad Haifa, Accra, Gerusalemme e Tel Aviv, i 18 distretti di polizia in tutto lo stato e i 40 posti di polizia nei territori occupati, tutti utilizzati per interrogare e torturare i detenuti.
Anche le installazioni militari di tutto il paese servono da centri di interrogatorio e tortura. I prigionieri concordano sul fatto che il più selvaggio di questi è quello di Armon ha-Avadon, conosciuto come il “Palazzo dell’Inferno” e “Palazzo della Fine”. Si trova a Mahaneh Tzerffin, vicino a Sarafand.
Infine, per custodire la grande quantità di prigionieri portati dal Libano durante l’invasione del 1982 e i giovani catturati nelle retate contro la mobilitazione di questi mesi, sono stati attrezzati accampamenti di detenzione che non hano altro riparo che tende. Sono diventati famosi per l’inumanità delle condizioni e per la tortura sistematica i centri di detenzione di Meggido, Ansar II (a Gaza) e Dhahriyeh.

Trattamento discriminatorio.
Le differenze tra le carceri per palestinesi nei territori occupati dal ’67 e nell’Israele di prima del ’67, cioè da entrambi i lati della “zona verde” non sono molto grandi. La prigione di Ashquelon, quella di Nafhta, la grande ala della prigione di Beersheba e l’ala speciale della prigione di Ramle, anche se si trovano nell’Israele di prima del ’67, sono grandi centri di detenzione per i palestinesi dei territori occupati dal 1967: la Margine Occidentale, Gaza Damun e tel Mond si utilizzano per la gioventù palestinese.
L’ubicazione fisica delle carceri influisce poco sulle condizioni. Le autorità carcerarie israeliane mantengono una rigorosa segregazione tra gli accusati di crimini e i giudicati di delitti “contro la sicurezza”, o prigionieri politici.
Dato che solo pochi ebrei sono prigionieri politici e solo pochi palestinesi – soprattutto dei territori occupati – sono prigionieri comuni, la separazione è di fatto una segregazione tra prigionieri ebrei e detenuti palestinesi. Non è permesso alcun contatto o comunicazione. Stanno in prigioni separate o in ali diverse della stessa istituzione.
Si fanno distinzioni anche tra i prigionieri palestinesi dei territori occupati dal ’67 e reclusi arabi israeliani, che sono palestinesi e drusi residenti in Israele da prima del 1967 ed hanno cittadinanza israeliana. Le condizioni di prigionia dei prigionieri del Margine Occidentale e di Gaza a volte sono peggiori di quelle degli “israeliani” di prima del ’67.
Ad alcuni – anche se non a tutti – dei prigionieri israeliani di prima del ’67 viene concesso un letto o un materasso. Godono di questo “privilegio” circa il 70% degli israeliani di prima del ’67. Possono anche ricevere una visita ogni due settimane e scrivere due lettere al mese. Gli si concedono 3 coperte in estate e 5 in inverno.
I prigionieri dei territori occupati dal ’67 dormono per terra in inverno e in estate. Gli si concede un materasso di gomma di mezzo centimetro di spessore, una visita e una lettera al mese.
Mentre lo spazio vitale medio per prigioniero nelle carceri europee è di 10,5 mq., nelle prigioni per palestinesi del Margine Occidentale e di Gaza essi godono di un decimo di questo spazio: 1,5 mq. per recluso.

Regime amministrativo per decreti.
La burocrazia carceraria è legge essa stessa. All’entrare in questo dominio il cittadino perde tutti i suoi diritti. Viene sottomesso all’autorità completamente arbitraria di persone selezionate per la loro durezza.
IL Decreto delle Prigioni (rivisto nel 1971) consta di 114 articoli. Non contiene nessuna clausola o paragrafo che definisca i diritti del prigioniero. Questo decreto detta una serie di norme legalmente vincolanti al Ministero dell’Interno ma è lo stesso Ministro che formula queste norme mediante decreto amministrativo. Nessuna disposizione stabilisce gli obblighi dell’autorità e non c’è clausola che garantisca ai prigionieri un livello di vita minimo.
In Israele è permesso per legge internare venti reclusi in una cella di non più di 5 metri per 4 e 3 di altezza. Spazio che comprende un gabinetto aperto. I prigionieri possono restare confinati in tali celle per 23 ore al giorno.

Il rapporto Kutler.
Il giornalista israeliano Yair Kutler pubblicò nel 1978 su Ha’aretz una vasta inchiesta sulle condizioni fisiche nelle carceri ubicate nell’Israele di prima del ’67. Yair Kutler chiama la vita carceraria in Israele “l’inferno in terra” e descrive ogni carcere in dettaglio. Il suo racconto è sconvolgente.
Kfar Yonah: alti funzionari chiamano questo carcere “Kevar Yonah” (la tomba di Yonah). E’ il centro di detenzione che terrorizza chiunque varchi la sua porta. I detenuti lo hanno chiamato “Meurat Petanim” o “il covo dei cobra”.
“Il ricevimento che aspetta i reclusi lì fino ad essere giudicati è orripilante”. Le celle sono terribilmente fredde e umide. I materassi squallidi, gibbosi e sudici, sono superaffollati. La maggior parte dei reclusi non hanno altro posto dove mettersi se non sul pavimento. L’odore dominante di escrementi umani, di sudore e di spazzatura non si allontana mai dalle celle chiuse con sette catenacci. Nell’ala D ci sono tre stanze in cui sono ammucchiati dodici, diciotto e venti detenuti.
Carcere Centrale di Ramle: Ramle è una delle prigioni più dure di Israele. E’ una vecchia caserma di polizia che era stata utilizzata come stalla per la cavalleria. Superaffollata e maleodorante, alberga settecento reclusi. Molti prigionieri non dispongono di un letto, di un angolo o di pochi metri quadrati. Spesso cento uomini devono dormire per terra. Ci sono 21 celle di isolamento. La luce solare non vi entra mai. Sono chiuse ermeticamente. Appesa al soffitto c’è una lampadina accesa giorno e notte. Oltre alle celle di isolamento Ramle dispone di una serie di celle sotterranee. Sono di 2 metri per 80 per 2 metri di altezza. Sono buie, sporche e puzzano terribilmente. Non ci sono finestre né lampadine. Una piccola apertura nella porta lascia penetrare un debole riflesso della luce del corridoio. Prima di mettere un prigioniero nella cella lo denudano e gli danno un camicione sporco. Una volta al giorno lo lasciano andare al gabinetto; per il resto del giorno e per la notte deve trattenersi. Può orinare in un tubo incastrato nella porta. Non ha diritto né ad una uscita all’aria né alla doccia. Spesso ci sono bastonate. Il più utilizzato è “il metodo della coperta”. Alcune guardie coprono la testa del prigioniero e lo colpiscono finchè sviene. Per evitare il confinamento, un prigioniero deve sapere come vivere una vita di totale sottomissione e auto degradazione.
Damun: la vita a Damun è “l’inferno in terra”. “Le condizioni di vita sono tremende e provocano raccapriccio a qualsiasi visitatore che arriva in questo luogo dimenticato da Dio”. Gli edifici asorbono il freddo e l’umidità. Cinque coperte non basterebbero per riscaldarsi. “Molti sono malati e la maggioranza disperata”. L’ala dei giovani ha condizioni ancora peggiori. L’affollamento è così terribile che i giovani possono sgranchirsi per due ore ogni quindici giorni e questo intervallo a volte si allunga.
Shuttah: Il sovraffollamento è terribile. L’odore si sente a grande distanza … Le celle sono buie, umide e gelate. L’ambiente è soffocante. In estate,durante il periodo di calore della valle di Bet Shean, la prigione è un inferno ardente.
Sarafand: Il “Palazzo della Fine” si trova dietro un alto reticolato che tutti i turisti che passano per l’ultimo tratto della strada da Gerusalemme a Tel Aviv possono vedere, a soli 8 chilometri dall’aeroporto Ben Gurion. E’ il perimetro di Sarafand, che ha una superficie di 16 km. quadrati e contiene i più grandi magazzino e polveriera dell’esercito. E’ anche il deposito del Fondo Nazionale Ebreo, che utilizza Sarafand per immagazzinare macchinari per la costruzione di nuovi insediamenti nell’Israele di prima del ’67 e nei territori occupati da quella data.
La relazione inesorabile tra occupazione, insediamenti, colonizzazione e il sistema di tortura inflitto ai palestinesi salta all’occhio. Sarafand - il centro della tortura - ha un significato storico.
Fu costruita prima della 2° Guerra Mondiale e servì come deposito principale regolamentare della Gran Bretagna. Fu uno dei più noti campi di concentramento per detenuti durante la rivolta palestinese contro il dominio britannico e la colonizzazione sionista della terra del 1936. Gli antichi edifici del Mandato Britannico furono semplicemente occupati dalle autorità israeliane, senza cambiare le loro funzioni, utilizzandoli per rinchiudere una nuova generazione di detenuti palestinesi. Il centro, conosciuto da ebrei e palestinesi durante l’era britannica come il “campo di concentramento” ha mantenuto il suo carattere e il suo uso.
Nafha: Un carcere politico: i prigionieri politici palestinesi non godono dello status di Prigionieri di Guerra ma si costruiscono accampamenti di prigionieri per loro. I suoi abitanti chiamano Nafha “il carcere politico”. Si trova nel deserto, a 8 chilometri da Mitzoe Raon e a metà della strada tra Beersheba e Eilat. E’ ubicata in una zona deserta, con terribili tempeste di sabbia. La sabbia invade tutto. Le notti sono estremamente fredde e il calore del giorno è insopportabile. Serpenti e scorpioni passeggiano per le celle. La cella tipica è di sei metri per tre. Ci sono dieci materassi per terra e non c’è spazio per altro. In un angolo un water primitivo con sopra una doccia. Mentre un prigioniero usa i servizi gli altri devono lavarsi o pulire i piatti. In una stanza come questa dieci prigionieri passano 23 ore al giorno. Per mezz’ora al giorno possono stare in un piccolo cortile di cemento di 5 metri per 15. Molti prigionieri sono malati, soffrono le conseguenze di ripetute torture e delle brutali condizioni di vita carceraria.


Pratiche di tutti i giorni nelle carceri israeliane.
I prigionieri politici hanno dichiarato molte volte che le condizioni nei centri di detenzione e nelle carceri, sia dell’Israele ante ’67 come nei Territori Occupati a partire dal ’67, sono studiate per distruggerli fisicamente e psicologicamente.
Bastonature: I prigionieri sono bastonati in tutte le carceri dell’Israele ante ’67 e dei Territori Occupati. A Ramle , questo si fa nelle celle sotterranee o “celle di isolamento”. Un certo numero di guardiani appendono il prigioniero e lo colpiscono con pugni, scarponi o manici di zappa che vengono conservati in un armadio vicino alle celle sotterranee.
Nel carcere di Damun lo si fa in modo più primitivo. Gli internati vengono bastonati pubblicamente nel cortile. Le guardie più brutali sono incaricate della “Posta”. Si tratta del veicolo di trasporto di detenuti che fa tre viaggi alla settimana dal centro di detenzione di Abu Kabir alla prigione di Shattah. Si ferma in tutte le prigioni dell’interno di Israele salvo che in quelle di Ashqelon e Beersheba. Ogni viaggio della “Posta” riporta un saldo di bastonature brutali. Al minimo pretesto le guardie fanno scendere la vittima dal veicolo alla prima fermata e “lo colpiscono sino a renderlo irriconoscibile”.
Isolamento: Legalmente, l’isolamento non è considerato una punizione. In realtà, pochi possono sopravvivere molti mesi in elle di un metro per due e mezzo per 23 ore al giorno. Ma nessun prigioniero che abbia cercato, verbalmente, di mantenere il rispetto di se stesso ha evitato periodi nelle celle di isolamento.
Lavoro: Il lavoro carcerario è lavoro forzato. E’ organizzato come “mezzo per rendere difficile la vita dei prigionieri”. Ai prigionieri politici viene assegnata deliberatamente la produzione di scarponi per l’esercito israeliano, reti di camuffamento, ecc.. A coloro che rifiutano vengono tolti “privilegi” come il denaro per la mensa, il tempo fuori dalla cella, libri e giornali, materiale per scrivere. Alcuni vengono puniti con l’isolamento. Il salario medio per questo lavoro è di 60 pesetas all’ora. Il lavoro forzato vuole massimizzare la tensione fisica e emozionale. E’ anche sfruttamento.
Cibo: E’ poco. I bilanci sono esigui. La carne, le verdure e la frutta assegnate ai reclusi sono spesso confiscate dai funzionari. Uova, latte e pomodori freschi sono considerati lusso per i prigionieri.
Cure mediche: Nel 1975 un prigioniero del carcere di Damun si tagliò i polsi e le gambe. Gli altri reclusi chiamarono la guardia. Arrivò una delegazione di guardiani. L’infermiere aprì la cella, afferrò il prigioniero e senza dire una parola cominciò a colpirlo al viso. Il prigioniero cadde al suolo, l’infermiere continuò a dargli calci. I prigionieri sono rinchiusi in edifici inadeguati. D’estate soffrono un calore bruciante. D’inverno l’umidità li intride fino alle ossa. Nella prigione di Ramle, durante l’inverno, un terzo della popolazione reclusa soffre di geloni a mani e piedi per il freddo tremendo. L’unico medicamento disponibile è la vaselina, ma anche questa è disponibile raramente. I prigionieri che scontano condanne di pochi mesi lasciano le carceri con inabilità permanenti. Le condizioni di illuminazione sono così cattive che i prigionieri soffrono di un deterioramento della vista. Le affezioni alle ginocchia e le ulcere hanno un’incidenza cinque volte maggiore tra i prigionieri rispetto alla popolazione in generale.
Asafir: A partire dal 1977 i prigionieri hanno fatto sapere che vengono torturati in ogni carcere anche da un piccolo gruppo di collaborazionisti, alcuni dei quali non sono veri prigionieri ma confidenti che si fanno passare per tali. Che siano prigionieri che collaborano o confidenti infiltrati nelle carceri, si tratta di un procedimento istituzionalizzato. In ogni carcere e centro di detenzione ci sono stanze speciali riservate per i collaborazionisti, conosciuti come “asafir” o “uccelli cantori”. Tra loro abbondano i criminali pericolosi, selezionati per la loro brutalità. Altri sono reclutati tra coloro che sono incarcerati come prigionieri politici nonostante non abbiano trascorsi politici. A questi vengono concessi privilegi a seconda dei servizi che prestano.

Non sono casi isolati.
Per quanto siano famose le pretese democratiche e umanitarie di Israele, le prove presentate qui, così come quelle accumulate in tutti gli studi sulla colonizzazione e la dominazione sionista in Palestina, smascherano questa facciata.
I casi individuali esaminati qui non sono casi isolati o prodotto di circostanze eccezionali. Fondamentalmente non differiscono da altri casi. I torturatori non sono poliziotti aberranti fuori di testa. Sono membri di tutte le sezioni della polizia israeliana e delle divisioni di sicurezza e operano nel compimento della loro missione.
La violenza è la norma del trattamento dei palestinesi, che siano contadini che portano i loro prodotti al mercato o giovani che lanciano pietre, cittadini palestinesi dell’Israele ante ’67 o palestinesi residenti nei Territori Occupati nel ’67 e successivamente.
La tortura è parte fondamentale del sistema legale, la coercizione è la strada della confessione e la confessione è fondamentale per condannare.
Il trattamento fatto ai prigionieri non cambia secondo il partito che è al potere. Se il Primo Ministro Menachem Begin classificava i palestinesi “bestie a due gambe”, la brutalità sistematica imposta al detenuto palestinese non è meno severa sotto i governi di Linea Laburista. Come disse il vecchio Primo Ministro David Ben Gurion, “Il regime militare esiste per difendere il diritto a stabilire insediamenti ebrei dovunque”.

(*Ralph Schoenman, studioso, giornalista e attivista del movimento per i diritti civili negli USA, è stato segretario generale della Bertrand Russel Peace Foundation. Tra il suoi libri “La storia nascosta del Sionismo”.

(traduzione di Daniela Trollio
Centro di Iniziativa proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S. Giovanni)
"Mi legarono e mi picchiarono durante il tragitto per Fara'a (la prigione israeliana a Nablus). Una volta arrivati, mi portarono da un "dottore" per un "check-up". Scoprii in seguito che questo "check-up" serviva a scoprire qualche debolezza fisica su cui concentrarsi durante le torture. Fecero particolare attenzione alla mia gamba, che era ancora sensibile a causa di una ferita. Prima di iniziare l'interrogatorio, mi chiesero se ero pronto a confessare. Poi mi appesero per i polsi, completamente nudo, all'esterno, e mi gettavano addosso acqua fredda e calda, alternamente. Mi misero in testa un cappuccio cosparso di letame". Detenuto palestinese 15enne [1]
L'orrore per gli abusi, le torture e le esecuzioni di prigionieri iracheni da parte dei militari d'occupazione anglo-americani non sono "pochi incidenti isolati" perpetrati da "mele marce". Sono la punta di un iceberg di violazioni dei diritti umani e torture di cittadini iracheni, inclusi donne e bambini, sistematiche e diffuse.
Secondo la testimonianza di Rumsfeld, "il peggio deve ancora arrivare". "Ci sono altre foto che illustrano incidenti di violenza fisica verso i prigionieri, atti che possono essere definiti come vistosamente sadici, crudeli e disumani", ha detto. "... Temo che avremo momenti anche peggiori di questo". Rumsfeld e' il guru morale del Pentagono. Basta dare un'occhiata ai media britannici per avere una panoramica delle atrocità commesse dai militari britannici nel sud dell'Iraq. I soldati agiscono in base al loro addestramento ed al comportamento dei loro superiori. Le credenziali morali della "missione" dei signori Bush e Blair sono morte in Iraq ed oltre.
La tortura e' stata praticata sistematicamente nelle prigioni d' Israele contro i detenuti palestinesi fin dall'occupazione della Palestina del 1967. La Corte Suprema, con la piena consapevolezza ed approvazione delle amministrazioni americana e britannica, autorizzò la cosiddetta "tortura moderata" e quella con l'elettroshock nel 1987. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati incarcerati e torturati da Israele nei centri di detenzione dal 1967. Molti di questi centri sono ben noti in occidente per essere stati visitati dalla Croce Rossa.
Le prigioni israeliane sono modellate sul tipo delle carceri del Gulag, come ad esempio  la "segreta" Facility 1391, la famigerata Moskobiyya di Gerusalemme, Gush Etzion ed Ashkelon, dove i giovani palestinesi ed i membri della resistenza sono stati torturati dal Servizio di Sicurezza e dallo Shin Bet. Durante gli interrogatori, condotti spesso da immigrati russi, noti per la loro brutalità, molti palestinesi innocenti sono stati assassinati. La maggior parte delle vittime sono  adolescenti palestinesi, arrestati a caso "ai checkpoints, per strada o nelle loro abitazioni da soldati pesantemente armati. Essi vengono portati nei campi di detenzione nelle colonie o nei centri militari. Gli interrogatori prevedono sempre alcune forme di tortura, come la privazione del sonno o del cibo, le minacce verbali, le percosse con bastoni di ferro, pugni e calci, la costrizione in posizioni dolorose per lunghi periodi di tempo". 

Sono state dimostrate notevoli somiglianze tra i metodi d'interrogatorio usati dai SS israeliani e le forze USA in Iraq. Essi includono privazione del sonno, percosse violente, abusi sessuali, scosse elettriche e costrizioni in posture dolorose. Un membro della Knesset israeliana ha detto ad al-Jazeera: "Ci sono molti esperti di tortura israeliani, in Iraq, che stanno trasferendo agli americani la loro spaventosa esperienza, accumulata in 37 anni di torture e maltrattamenti dei palestinesi" [3]. Simili accuse sono state rivolte anche dal quotidiano libanese The Daily Star.
Nessuno ha criticato la propaganda occidentale nel predicare i diritti umani più del professor Noam Chomsky, il quale ha dichiarato: "Se non crediamo nella giustizia per coloro che disprezziamo, non ci crediamo per niente". Gli USA, la Gran Bretagna ed Israele hanno commesso le più gravi violazioni dei diritti umani contro le vittime delle loro brutali ed illegali occupazioni di paesi sovrani.
L'ex presidente del Sudafrica, Nelson Mandela, lui stesso vittima di abusi e torture a causa della sua resistenza contro l'apartheid, ha biasimato coloro che predicano la "democrazia" ed i diritti umani, "quei paesi potenti, le cosiddette democrazie, che manipolano i corpi multilaterali con grande svantaggio e sofferenza delle più povere nazioni in via di sviluppo. Tale genere di ipocrisia e' propaganda malata e dovrebbe essere rifiutata e condannata dai paesi davvero democratici".

domenica 9 dicembre 2012

Avi Mograbi - Regista israeliano

"Si può lottare contro un sistema sociale, un punto di vista. Ma quando la discriminazione fonda lo Stato allora tutto diventa inutile" 
( Avi Mograbi)

Intervista tratta dal quotidiano "Il Manifesto".
INTERVISTA - CRISTINA PICCINO 

Quando ci siamo incontrati a Roma, l'Onu non aveva ancora riconosciuto la Palestina come stato osservatore, eppure nel suo nuovo film, Once I Entered a Garden è come se Avi Mograbi avesse anticipato questa storica decisione. Andando ancora più lontano nell'immaginare un «altro Medio Oriente possibile», ispirato a un passato remoto, quando tutti si muovevano liberamente, potevano attraversare i confini, coltivare la propria terra, dividere una memoria e una cultura comuni. Ma Mograbi, israeliano, pensiero critico tra i più netti sulla società, la politica, i miti che fondano Israele, di cui nei film mette in luce paradossi e contraddizioni, non è tipo da fantasie fiabesche. È ironico, pieno di spirito, non sognatore. L'ottimismo, mi dice davanti a una tazza di caffé doppio, forse è nel film, ma non nella mia visione delle cose. E guardando le sue immagini, come quelle degli altri suoi film (da Per uno solo dei miei occhi a Z32) di ottimismo non ce ne è molto. Basterebbe il momento in cui la piccola Yasmin, la figlia del protagonista, mentre passeggiano davanti alla casa che era del padre da bambino, fugge via all'improvviso in lacrime. Non c'è una ragione apparente alla sua angoscia se non il sentimento doloroso che il padre trattiene davanti alla macchina da presa e davanti a lei. Così violento da diventare suo malgrado evidente fino a farla piangere.

Once I entered the Garden (presente al festival Filmmaker, a Milano, www.filmmakerfest.com) è la storia di un'amicizia, tra Mograbi e Ali, il suo insegnante di arabo, e la lingua diviene uno dei primi territori di confronto e di scambio. Il regista sfogliando dei vecchi archivi ha trovato tracce della sua famiglia a Beirut, in Siria, tutti luoghi nei quali adesso non può più andare col suo passaporto israeliano.

Anche la famiglia di Ali viene da Damasco e anche per lui tornare nei luoghi delle sue origini è impossibile. Ali è uno degli 11 milioni di palestinesi sparsi nel mondo, ha deciso di restare in Palestina, ora Israele, vicino ai luoghi da cui lui e la sua famiglia sono stati cacciati per sempre. E ha sposato una donna ebrea, una scelta molto complicata per entrambi. La sua forma di resistenza è vivere lì, e provare a essere un cittadino come gli altri, che di per sé è una lotta durissima, e lo diventa ancora di più di fronte alle case che ti sono state portate via, agli spazi chiusi, su cui campeggiano le scritte in ebraico «vietato l'accesso agli estranei». La sua città è ora un insediamento, lui è un estraneo.

Yasmin però sorride alla macchina da presa mentre racconta: «A scuola quando gli altri bambini hanno saputo che ero in parte araba, hanno avuto reazioni strane. Le cose ora vanno abbastanza bene ma c'è sempre qualcuno che mi prende in giro o mi attacca su questa cosa». Lo dice così, sorridendo, senza lacrime stavolta. Yasmin non conosce il sentimento della perdita, il suo è un desiderio di affermare la propria esistenza, di stare lì coi suoi diritti uguali a quelli degli altri. «Yasmin è invece il futuro, persone così mi fanno credere che è ancora possibile cambiare», dice Mograbi. Lui, che è sempre anche protagonista dei suoi film, aggiunge elementi biografici attuali, ci parla della sua storia d'amore con una donna libanese, non si possono vedere perché nessuno dei due è ammesso nei reciproci paesi. «Incontratevi a Malta», suggerisce Alì. «Il presente ha bisogno di consapevolezza, la nostalgia non serve a nulla», dice ancora Mograbi.

«Once I entered a Garden» è costruito su una relazione di amicizia, ma anche, o forse soprattutto, sul sentimento di vivere in bilico che sembra essere una caratteristica della società israeliana.
Chiariamo subito una cosa: Alì è palestinese, è un arabo israeliano, la sua posizione è molto diversa da quella di un israeliano ebreo come sono io. Che ho alle spalle una famiglia importante, sono cresciuto nella classe agiata di Tel Aviv, mentre Alì è un rifugiato cacciato via dalla sua casa, cresciuto ai margini. Il mio vivere «a metà» è più che altro metaforico, è legato al fatto che non accetto le regole della società israeliana. Ti faccio un esempio: due giorni fa Alì e sua moglie hanno preso il volo per Roma. Sono sposati, sono entrambi cittadini israeliani ma ai controlli hanno fermato solo Alì chiedendogli di mostrare un altro documento. Lui si è rifiutato esigendo una spiegazione, che nessuno gli darà mai, perché nessuno dirà mai che Alì in quanto arabo è un cittadino di categoria inferiore. Situazioni del genere sono continue. Alì continua a vivere nella società ebraica, e rifiuta con le sue scelte le separazioni che Israele costruisce ogni giorno. Ma è molto dura, lo è stato con le famiglie, adesso c'è Yasmin che rappresenta una connessione tra di loro, lei ha un legame molto forte coi nonni...

A quanto racconta nel film Yasmin, il razzismo è radicato profondamente nella società israeliana.
Sì ma il problema nei confronti dei cittadini arabi è un altro: la discriminazione è ufficializzata. I palestinesi sono cittadini di secondo grado perché Israele è uno stato ebraico. Si può lottare contro un sistema sociale, contro un'educazione, un punto di vista. Ma quando la discriminazione, come accadeva nel Sudafrica dell'apartheid, fonda lo stato allora tutto diventa inutile.

Nelle vostre conversazioni con Alì parlate spesso di come il Medio Oriente sia stato diviso, quasi a provocare volontariamente il conflitto.
L'idea della separazione è molto antica, c'è sempre stata, e quando il Medio Oriente era più aperto, il potere coloniale ha fatto di tutto per dividerlo fino alla decisione di tagliarlo a pezzi. Del resto è sulla divisione che il colonialismo ha basato la sua durata.

Nell'intreccio di storie del passato che racconti, che sono anche tanti aspetti del Medio Oriente oggi dimenticati, si possono trovare indicazione da seguire ancora attuali? Alì, in un momento del film, guarda alla televisione le rivoluzioni arabe...
Mi piaceva l'idea di ripercorrere diverse immagini del Medio Oriente per fantasticare sul futuro... Che è incarnato da Yasmin, è piccola ma molto razionale, non pensa più a cosa ha perduto ma comincia da dove è adesso, e questo le permette di sognare un futuro diverso. Le rivoluzioni arabe sono entrate nel film perché Alì passava in quesi giorni molto tempo davanti alla tv, ma anche perché credo rappresentino un punto di rottura nella nostra Storia unico. La gente si è ribellata ai dittatori, non sappiamo cosa accadrà e come finirà, tutto è ancora in costruzione, ma ecco che già ci affanniamo a dire che forse non stanno andando verso la «meravigliosa» democrazia occidentale. Il cambiamento è un processo lungo, e anche conflittuale, la religione è sicuramente una scelta molto pericolosa, e per questo dovremmo supportare ancora di più le persone che vogliono cambiare le cose, conquistare una libertà di espressione che forse è anche il prodotto di questo scontro tra laici e religiosi.

Israele si definisce uno stato democratico.
L'unico stato democratico in Medio Oriente, con una discriminazione tra cittadini ebrei e arabi sancita per ordinamento, e tre milioni di palestinesi sotto occupazione. Inoltre negli ultimi anni, la politica israeliana è sempre più neoliberista, ci sono tagli continui a sanità e spesa pubblica. Si può vivere bene in Israele solo se si è ebrei, ricchi, sani, alti e belli.

Nel film uno dei riferimenti è Beirut, un luogo che è fortissimo nell'immaginario del Medio Oriente
Beirut fa parte della mia storia familiare, un cugino di mio padre abitava lì, se ne è andato quando è stato fondato lo stato di Israele, poi è tornato a Beirut negli anni 60, e poi ancora a Tel Aviv dove lo hanno arrestato pensando che fosse una spia. La prima idea era di fare un film sulla mia famiglia. Mentre la raccontavo, Alì narrava quella della sua, che era più interessante di quella del cugino paterno, tanto che è diventato Alì il protagonista. Ma Beirut è rimasta, immaginando la mia storia d'amore con una donna libanese oggi. Un altro segmento nell'impossibile. Ho avuto solo un'occasione di andare a Beirut, invitato dal signor Sharon (in guerra, ndr) ho rifiutato. Sono finito in prigione, ma questa è un'altra storia.

-------------------------------------------------------------------------------

«Once I entered a Garden» - Sono entrato nel mio giardino.

Marco Chiani

   *    
Locandina Sono entrato nel mio giardino
filmografia: